Storia

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Un Papa (7/II/2017)

La Chiesa Cattolica il 7 febbraio celebra la memoria del beato Pio IX, al secolo Giovanni Maria Mastai Ferretti, ultimo Papa-Re.
Questa è la frase canonica di presentazione del santo odierno.
In realtà, questa asserzione non è corretta. Nella sua fredda schematicità, ciò che la rende errata è l’aggettivo “ultimo”. Ultimo naturalmente non è riferito a “Papa”, ma a “Re”. Ma il papa, qualsiasi papa, è o non è re non perché possiede o non possiede lo Stato Pontificio, non perché lo hanno fatto re gli uomini o per circostanze storiche che come si sono formate così nel tempo sono poi passate. Il papa è re perché vicario in terra di colui Che è “Re dei re”, Re e Signore del creato, signore in quanto fattore, reggitore, governatore, e un giorno giudice; di Colui che ebbe a dire, nel pretorio dinanzi al Governatore di Roma, di Se stesso: «tu lo dici: io sono re» (Gv., 18,37). La tiara (o triregno), simbolo per secoli della regalità pontificia, non era legata al possesso dello Stato Pontificio, tanto è vero che è stata abolita da Paolo VI e non nel 1870.
Inoltre, lo Stato Pontificio esiste ancora, anche se ha cambiato nome ed è ridotto a 0,44 kmq: esiste perché ha un sovrano appunto, una bandiera, un territorio, un governo con i suoi organi, le ambasciate in Stati stranieri, un inno, è riconosciuto da quasi tutti gli altri Stati del mondo (ultimamente abbiamo scoperto che ha anche le prigioni…); purtroppo manca solo di una propria moneta e purtroppo invece possiede una banca.
Insomma, il Papa-Re esiste ancora. Piaccia o non piaccia. Ed esisterà sempre, fino alla fine del mondo, perché fino alla fine dei tempi esisterà la Chiesa Cattolica, fondata da Cristo-Dio sulla roccia denominata Pietro.
Papa Pio IX quindi non fu l’ultimo Papa-Re. Fu il pontefice a cui fu strappato lo Stato Pontificio nella sua quasi totale estensione da forze nemiche della Chiesa e della civiltà cristiana. Queste forze nemiche però, quelle di ieri (uomini del risorgimento italiano e della massoneria internazionale) e quelle sterminate di oggi, possono fare di tutto contro la Chiesa, forse anche un giorno toglierle quel 0,44 kmq che ancora possiede (o magari convincere il sovrano ad andare a vivere in un appartamento di periferia, in modo da fargli credere di essere più gradito al mondo), possono forse massacrare i suoi uomini, o chissà cos’altro, ma non possono fare nulla contro la Chiesa come istituzione divina e umana, contro il Corpo Mistico di Cristo, contro il suo pontefice e re (perché… morto un papa, se ne fa un altro…), così come poterono calunniare, torturare e uccidere Cristo stesso, ma rimasero beffati dall’essere stati i primi strumenti del suo trionfo eterno sul male.
Tutto questo era perfettamente chiaro a Pio IX. Egli, che visse il più lungo pontificato della storia (1846-1878, 32 anni, secondo solo a san Pietro), ma anche uno dei più drammatici di tutti i tempi, fu degnissimo vicario del suo Signore nel portare la croce ogni giorno per 30 anni: la croce di chi lo ingannò nel 1846-48 facendolo passare per “papa liberale” e filorisorgimentale, di chi ne usurpò il potere e poi tentò di assassinarlo costringendolo a lasciare Roma (1848-1851), di chi – pazzo tra i pazzi – volle prendere il suo posto (Mazzini), di chi operò costantemente contro la Chiesa per tutto il resto del suo pontificato, di chi invase i suoi Stati (Vittorio Emanuele II di Savoia), di chi perseguitò il clero italiano (Cavour e la “Nuova Italia”), di chi ripetutamente attentò alla Chiesa stessa (Garibaldi e il nuovo governo italiano), di chi lo accusò di essere un barbaro schiavista, di chi lo definì in parlamento “metro cubo di letame” e si propose apertamente di andarlo ad uccidere (Garibaldi), di chi assalì Roma il 20 settembre 1870 (ancora Vittorio Emanuele II e i suoi uomini), togliendoli con la violenza lo Stato che legittimamente governava e rendendolo prigioniero a casa sua, di chi non gli diede tregua fino all’ultimo dei suoi giorni, perseguitando la Chiesa, il clero, la fede del popolo.
Pio IX fu “alter Christus” come pochi papi nella storia lo sono stati. Egli rispose, dopo i primi due anni di tentennamenti e confusione, con una fermezza di carattere e una radicalità di fede quasi irraggiungibili, all’immenso attacco della modernità contro la Chiesa. Disse no al Risorgimento laicista e anticattolico, non perché lui fosse contro l’Italia (anzi, lui, primo degli italiani, era sostenitore del progetto di confederazione cattolica degli Stati preunitari, dimostrando così una preveggenza politica ancora oggi insuperata), ma perché quel Risorgimento, così concepito e voluto, era contro la Chiesa e la fede, e quindi contro gli italiani; disse no al positivismo e al liberalismo scettico, proclamando l’8 dicembre 1854 con immenso coraggio il più meraviglioso dogma del secondo millennio, l’Immacolata Concezione di Maria (e, caso unico nella storia della Chiesa finora, la sua eroica scelta fu benedetta direttamente da Cielo, quando, il 25 marzo 1858, nella grotta di Massabielle, la Vergina Ss.ma in persona si presentò a santa Bernadetta con le parole: “Io sono l’Immacolata Concezione”); disse no alla guerra alla Chiesa scomunicando tutti gli artefici e protagonisti dell’unitarismo italiano, mostrando un coraggio senza pari nell’andare “controcorrente” e nel seguire insuperato l’insegnamento del Signore: “siate nel mondo ma non del mondo”; condannò il liberalismo, il socialismo e lo statalismo totalitario con una enciclica (Quanta Cura) seguita da una condanna (il Sillabo) – che impegna l’infallibilità pontificia – di 80 proposizioni errate della modernità, ponendo la Chiesa per sempre al riparo dal compromesso con la Rivoluzione gnostica ed egualitaria, liberale e mondialista, ricordando che dobbiamo sempre essere dalla parte del calcagno che schiaccia il serpente, sempre, anche quando sembra che il serpente stia per vincere; disse no all’anarchia e alla democratizzazione sovversiva della Chiesa, convocando, a tre secoli dal grande Concilio di Trento, il Concilio Vaticano I ove proclamò, nonostante i forti dissensi interni, le norme dell’infallibiltà pontificia e quindi ponendo su una roccia indissolubile il Primatus Petri, su cui si fonda la Chiesa Cattolica.
Infine, fu impareggiabile sostenitore delle missioni, avendo a cuore la conversione di tutti i popoli all’unica vera fede; delle riforme legittime; dell’unico possibile e giusto ecumenismo, ovvero del confronto con altre culture ma basato interamente sulla imprescindibile e piena testimonianza della Verità cattolica e non sulle chiacchiere fritte del dialogo eretizzante e tanto meno sul cedimento teologico; della diffusione di una rinnovata spiritualità fra le classi sociali umili (amico di san Giovanni Bosco e di altri santi impegnati nell’aiuto ai ceti in difficiltà); patrocinatore fino ad allora insuperato di cause di santi; polo di riferimento dell’intero ecumene cattolico; restauratore della Chiesa in Inghilterra. E tanto altro si potrebbe dire.
Fu perseguitato in vita, ogni giorno. Fu perseguitato dopo la morte: quando nel 1881 si volle eseguire la sua volontà di essere tumulato non in San Pietro ma in San Lorenzo fuori le Mura, durante il trasporto della venerata salma, gruppi di massoni assalirono il carro e tentarono di gettarlo nel Tevere. Nei decenni successivi, la sua causa di beatificazione fu ostacolata dentro la Chiesa dal clero progressista e fuori la Chiesa da forze massoniche e dal mondo ebraico; nel 2000, quando Giovanni Paolo II ne proclamò la beatificazione, vi fu una spaventosa campagna mediatica di attacco internazionale contro la sua decisione, dai radicali italiani fino al Jerusalem Post, che arrivò alla calunnia infame di definirlo pedofilo… E ancora oggi il processo di canonizzazione non va avanti, in nome del dialogo con il mondo moderno e per non “urtare la sensibilità” degli odiatori della Chiesa.
Ma Pio IX non ha bisogno del clero odierno: è santo. È santo per la sua purezza personale, da cui la devozione all’Immacolata; per l’impareggiabile forza dimostrata nell’abnegazione a portare la Croce di Cristo ogni giorno per 30 anni, senza alcun cedimento, né personale né tanto meno dottrinale, al mondo (come dire: non voleva piacere al mondo per non dispiacere a Dio); per il coraggio di schierarsi con Cristo ogni giorno della sua vita e del suo lunghissimo pontificato contro i trionfanti eserciti della modernità anticristiana; per l’esercizio eroico della Fede, che seppe difendere in maniera immune dal pur minimo errore; della speranza, che non abbandonò mai fino alla morte; della carità, per cui spese tutta la sua esistenza.
Un pensiero, fra mille possibili, non può non andare agli zuavi che il 20 settembre 1870 ebbero il privilegio immenso di essere gli ultimi a poter combattere, armi in pugno, per difendere la Chiesa e il suo Angelico Pastore. Diciannove di loro persero la vita per la Chiesa e sono sepolti al Cimitero del Verano, a poca distanza dalla Basilica di San Lorenzo fuori le Mura, dove riposa il corpo del santo Pontefice. Il nostro pensiero va a loro con un misto di somma pietà e santa invidia: per loro fu ancora possibile impugnare le armi in difesa del Papa nella guerra contro le potenze infernali del mondo. Quello che per noi è una chimera oggi, sebbene la possibilità di donare la proprio vita per la Chiesa l’abbiamo ugualmente tramite altre “armi”, dalla preghiera all’apostolato. E non è certo escluso che un giorno dovremo darla anche con il sangue.
Ricordiamo il beato Pio IX – fra le mille maniere possibili – con queste sue parole, segno inequivocabile di un cuore ricolmo appunto di Fede, di Speranza, di Carità, monito per tutti noi oggi nella lotta contro i discendenti ideali di coloro che egli ebbe come suoi nemici giurati: «Quanti tiranni tentarono di opprimere la Chiesa! Quante caldaie, quante fornaci e denti di fiere, e aguzze spade! Tuttavia non ottennero nulla. Dove sono quei nemici? Sono finiti nel silenzio e nell’oblio. E dov’è la Chiesa? Ella splende più del sole».
Chi non apprezza il beato Pio IX o addirittura lo critica o rinnega, non venga a dare lezioni a nessuno del proprio nulla.

Elogio di un grande italiano (15/I/2017)

Ricevo continue richieste di chiarificazioni e approfondimenti storici, come anche teologici, politici. Ovviamente non posso rispondere a tutti e me ne dispiace. Non sono granché padrone del mio tempo. Ultimamente, più di una persona mi ha chiesto di indicare un pontefice di cui vale la pena approfondire la conoscenza, un grande pontefice insomma fra quelli del passato, meno conosciuti.
Ovviamente c’è solo l’imbarazzo della scelta… Ma stasera voglio consigliarne uno che, effettivamente, è noto solo agli esperti, mentre invece è un gigante, non tanto della Chiesa in sè, ma della nostra cultura e civiltà.
Gaudente e mondano da giovane (due figli illegittimi, tra l’altro), aderì allo scismatico concilio di Basilea negli anni Trenta-Quaranta del XV secolo, divenendo esponente di punta dell’eresia conciliarista (superiorità del concilio sul papa) e perfino segretario dell’antipapa Felice V. Quindi, da buon eretico e scismatico, pure gaudente, fu fermo ghibellino e per questo fu inviato in più missioni presso il Sacro Romano Impero per convincere l’Imperatore Federico III ad appoggiare l’antipapa conciliarista contro il papa Eugenio IV.
Grande scrittore, brillantissimo oratore, era la perla di tutto il mondo dell’umanesimo laico. Fu anche storico, etnografo, cosmografo, poeta, novelliere, ecc. Perfino archiettetto in qualche modo, in quanto ispiratore, una volta papa, di quel gioiello assoluto della nostra Italia che si chiama Pienza, dal suo nome, appunto.
Di tutta la sua magna opera, il capolavoro furono i suoi Commentarii, che scrisse lungo il corso della sua vita, quasi fino alla morte.
Insomma, l’incarnazione vivente dello spirito rivoluzionario di quei primi tempi della sovversione anticristiana. Uno dei primi intellettuali laici.
Ma, poi… qualcosa accade nella sua anima.
L’aver lasciato Basilea per la Germania gli fece comprendere in quale via cieca si era messo. I vescovi più estremisti spingevano il conciliabolo verso le soluzioni più radicali, al punto di arrivare a dichiarare che il concilio era la Chiesa stessa e poteva far dimettere qualsiasi papa, anche se non eretico, in qualsiasi momento, quasi fosse una sorta di AD di cui loro erano il CDA…
Egli, forse vedendo la maesta dell’Imperatore, la sua gloria, la fedeltà dei suoi uomini, comprese che a Basilea si era persa la fede e che solo nel papa risiede la plenitudo potestatis. Affermare il contrario, significava dissolvere la Chiesa stessa.
Mentre era con Federico, egli aderisce in pieno alla visione di Dante, ma con risvolti più favorevoli al ruolo della Chiesa. Anziché perorare la causa di Basilea, convince l’imperatore a tornare nell’armonia con Roma. Egli vedeva chiaramente che solo l’armonia di Chiesa e Impero poteva salvare la Cristianitità, dai suoi mali interni (guerre ed eresie) e dal nemico mortale esterno, ovvero… l’islam ottomano. Si fa fautore di un programma che si poteva riassumere in tre concetti: Chiesa, Impero e Crociata. Senza il terzo, tutto sarebbe stato perduto.
Si fa mandare a Roma a chiedere perdono al papa per i suoi trascorsi. Viene ricevuto e perdonato. Si converte pienamente e sinceramente facendo ammenda pubblica e divenendo, ben presto, la stella degli intellettuali cattolici fedeli al papa.
Da intellettuale laico a intellettuale cattolico fedele a Roma.
Non solo: abbandona il peccato e si fa sacerdote. Quindi, nel 1447 viene consacrato vescovo di Trieste, poi nel 1451 di Siena, poi nel 1456 cardinale. Durante questi anni, distrutto dal dolore per la caduta di Costantinopoli in mano turca, girò tutta Europa per predicare la Crociata, instancabilmente.
Il 19 agosto 1458 viene elevato al Soglio Pontificio: il vecchio eretico e scismatico è ora Papa e prende il nome di Pio II, Durante i sei anni del suo pontiicato, si spenderà totalmente per la crociata, organizzando una Dieta a Mantova e quindi la spedizione, che sarebbe dovuta partire da Ancona. Scrisse decine di lettere a tutti i principi europei, aiutò i combattenti nei Balcani, compresi gli scismatici foziani, e, abbandonato da tutti, fece ciò che nessun papa del II millennio ha mai fatto. Vedendo che nessuno lo seguiva, si mise lui stesso a capo, vecchio e malato, della crociata, partendo da Roma con la sua corte, nella speranza di commuovere i principi cristiani e di farli così decidere a partecipare alla liberazione dei Balcani e di Costantinopoli dagli islamici. Ma nessuno si commosse e Pio II morì ad Ancona nel 1464, mentre aspettava che qualcuno lo raggiungesse per partire verso la guerra santa.
Il senese Enea Silvio Piccolomini rimane, a tutt’oggi, uno dei più grandi intellettuali della storia, uno dei più incredibili casi di sincera conversione, il più crociato del papi, morto di crepacuore dinanzi alla resa della Cristianità verso l’Islam invasore.
Chiesa, Impero e Crociata. Questa fu la sua vita e il suo pontificato. Non per niente, canonizzò Caterina da Siena, la santa più crociata della storia.
Credo che valga la pena di ricordarlo, almeno una volta. E specialmente oggi. Anche per un’altra ragione: per ricordare a tutti noi che Dio può in qualsiasi momento trasformare in oro ciò che è fango. E, chissà, che un pochino di fango in qualche principe della Chiesa in questi giorni sta iniziando a levarsi… Sursum corda semper.

Dovuto tributo alla memoria (21/XI/2016)

Cento anni fa, moriva Francesco Giuseppe

Siamo tutti presi dai grandi eventi di questi giorni, dagli USA al referendum, dall’invasione alla crisi economica, dal terremoto della natura al terremoto nella Chiesa…
Eppure, non bisogna dimenticare certi obblighi con la storia.
Nel 1993, ancora giovane laureato e disoccupato, ebbi l’onore vero di commemorare, con due imprtranti conferenze pubbliche – credo unico in tutta Italia – la memoria del martirio di Luigi XVI e Maria Antonietta. Ancora conservo i testi di quelle due, ormai “antiche”, mie conferenze.
Questa volta non è così. Ma, almeno un breve ricordo su Facebook è d’obbligo, nonostante la valanga degli eventi presenti.
Il 21 novembre di cento anni fa moriva Sua Maestà Apostolica Francesco GUiuseppe d’Asburgo-Lorena, Imperatore d’Austria e Re Apostolico d’Ungheria, dopo 68 anni di regno.
Nato il 18 agosto 1830 dall’Arciduca Francesco Carlo, fratello dell’Imperatore Ferdinando I e dall’Arciduchessa Sofia, ebbe un’infanzia e una gioventù serene e fu educato ai tradizionali valori della famiglia imperiale asburgica.
La sua vita cambiò radicalmente a 18 anni, a seguito della rivoluzione del ’48, per la quale fu dapprima costretto ad abbandonare Vienna e a rifugiarsi in Tirolo con la famiglia; e quindi fu incoronato Imperatore.
Durante i giorni del ’48 egli era sul fronte in Italia, ed ebbe il suo battesimo del fuoco nella cruenta battaglia di Santa Lucia, in cui ebbe modo di “toccare con mano” le stragi delle guerre moderne. Ciò lo segnò profondamente nell’animo, e spense i suoi ardori militareschi giovanili. Non divenne certo un “pacifista”, ma cercò di risparmiare per quanto possibile le guerre ai propri sudditi.
Francesco Giuseppe restaurò l’assolutismo, ma almeno nei primi anni del suo regno fu influenzato dalla personalità della madre, che anzitutto gli volle trovare una degna moglie. La prescelta sarebbe dovuta essere la nipote di Sofia Elena di Baviera, figlia primogenita di sua sorella Ludovica e dell’Arciduca Massimiliano di Wittelsbach (quindi era la cugina di Francesco Giuseppe). Il giovane Imperatore, disubbidendo alla madre, scelse invece la sorella minore di Elena, Elisabetta di Baviera, meglio nota come “Sissi”, allora appena sedicenne. Sebbene potesse sembrare un matrimonio “spontaneo” e quindi di amore, in realtà la vita coniugale non fu felice, perché Sissi era una persona irrequieta che si trovò a disagio nel suo ruolo di Imperatrice. Con il passare degli anni il rapporto s’incrinò, al punto che Elisabetta passava quasi tutta la sua vita lontano da Vienna e dalla Corte, in viaggio per l’Europa. Diventerà una protagonista di quella che oggi chiameremmo “cronaca rosa”, e il suo personaggio ispirerà scrittori e poeti; e più tardi, nella seconda metà del Novecento, anche registi cinematografici.
Negli anni della giovinezza, Francesco Giuseppe dovette affrontare molti problemi: il Risorgimento italiano e quello tedesco, la fine del dominio temporale del Papa, le rivolte in Ungheria. Soprattutto travagliata fu la sua vita familiare che fu segnata non solo dal fallimento del matrimonio con Sissi, ma anche da una serie di gravi lutti. La figlia Valeria, l’amato fratello Massimiliano, che era divenuto Imperatore del Messico nel 1864 con l’appoggio di Napoleone III, venne fucilato tre anni dopo dai rivoluzionari; sua moglie Carlotta del Belgio impazzì dal dolore. L’unico figlio maschio, l’Arciduca Rodolfo, erede al Trono, nel 1889 si uccise nel castello di Mayerling trascinando con sé nella morte una giovane donna che amava ma non poteva sposare. Da questo momento divenne principe ereditario il cugino Francesco Ferdinando.
Come se ancora non bastasse nel 1898 un anarchico assassinò Elisabetta. E ancora altro un grave lutto doveva colpirlo, ormai in tarda età. Nel 1914 un terrorista serbo, Gavrilo Princip, assassinò a Sarajevo, in Bosnia, proprio l’erede al Trono Francesco Ferdinando. L’attentato, di cui l’Austria-Ungheria ritenne, sulla base di sospetti rivelatisi non infondati, responsabili i servizi segreti del Regno Serbo, fu la scintilla che scatenò la Prima Guerra Mondiale.
A questo punto il vecchio Imperatore, a 84 anni e dopo 66 di regno, si trovò a dover affrontare l’ultima guerra della sua vita, la più tragica e orrenda di tutte. Morì nel corso della Prima Guerra Mondiale, nel 1916, in un momento in cui il conflitto sembrava favorevole all’Impero Austro-Ungarico.
Dopo la morte di Sissi, ebbe a dire: “nulla mi fu risparmiato nella vita”. Non era vero: una cosa gli fu risparmiata, quella che lo avrebbe fatto soffrire più di ogni altra: la morte lo colse due anni prima del crollo definitivo del suo impero.
La monarchia asburgica ha suscitato una profonda nostalgia dopo la sua caduta, anche perché la sua scomparsa alla fine della Prima Guerra Mondiale perché gli Stati che sorsero sulle sue ceneri si ritrovarono tutti quanti impoveriti e in preda a una profonda crisi anche ma non solo politica ed economica.
Questa nostalgia portò molti scrittori nati e cresciuti nella vecchia Austria-Ungheria a esprimere il loro rimpianto in opere di grande valore letterario, come i romanzi La marcia di Radetzky e La cripta di cappuccini di Joseph Roth, o Lo stendardo di Alexander Lernet-Holenia.
Il motivo di tale nostalgia è espresso molto chiaramente in una pagina dello scrittore austriaco Stefan Zweig, tratta dal suo libro di memorie “Il mondo di ieri”. Zweig, che era nato a Vienna nel 1881 da una famiglia dell’alta borghesia ebraica, e quindi aveva conosciuto gli ultimi anni del regno di Francesco Giuseppe, vi esprimeva la sua nostalgia per il “mondo della sicurezza” che la monarchia austro-ungarica riusciva ad assicurare. Questo sentimento è ben comprensibile soprattutto se si tiene conto del fatto che Zweig scrisse Il mondo di ieri in America, dove si era recato per sfuggire alle persecuzioni naziste, e dove sarebbe morto suicida nel 1942.

“Nella nostra monarchia austriaca quasi millenaria tutto pa¬reva duraturo e lo Stato medesimo appariva il garante supremo di tale continuità. La nostra moneta, la corona austriaca, circolava in pezzi d’oro e garantiva così la sua stabilità. Ognuno sapeva quanto possedeva o quanto gli era dovuto, quel che era permesso e quel che era proibito: tutto aveva una sua norma, un peso e una misura precisi. Chi possedeva un capitale era in grado di calcolare con esattezza il reddito annuale corrispondente; il funzionario, l’ufficiale potevano con certezza cercare nel calendario l’anno dell’avanzamento o quello della pensione.
Ogni famiglia aveva un bilancio preciso, sapeva quanto poteva spendere per l’affitto e il vitto, per le vacanze o gli obblighi sociali, e vi era anche sempre una piccola riserva per gli im¬previsti, per le malattie e per il medico. Chi possedeva una casa la considerava asilo sicuro dei figli e dei nipoti; fattorie e aziende passavano per eredità di generazione in generazione; appena un neonato era in culla, si metteva nel salvadanaio o si deponeva alla cassa di risparmio il primo obolo per il suo avvenire, una piccola riserva per il suo cammino. Tutto nel vasto impero appariva saldo e inamovibile e al posto più alto stava il sovrano vegliardo”.

Francesco Giuseppe è stato, con la sua Vienna di Strauss, dell’Opera, della Sacker, del tram, delle avanguardie, e con il suo impero ordinato e cristiano, il canto del cigno della civiltà cristiana, massacrata nelle trincee dell’odio massonico della Grande Guerra.
Con lui è morta una civiltà millenaria. La civiltà.
Lo stesso giorno, divenne imperatore Carlo I d’Asburgo-Lorena, Beato, e ultimo imperatore della storia dell’Europa cristiana.
Non abbiamo avuto la ventura di conoscere quei giorni, come Zweig. Eppure, la nostalgia riempie le nostre anime, solo a guardare il volto invecchiato della nobiltà suprema di quest’uomo, che aveva nelle vene e nell’anima il sangue di Carlo V, di Sant’Enrico Imperatore, di Carlo Magno.
Ogni paragone con il presente diventa blasfemo. Manteniamo nelle nostre anime la nostalgia di un mondo migliore, e per questo odiato, combattuto, assassinato.

Un ricordo per il 14 luglio… per un cardinale smemorato o ignorante

La Rivoluzione Francese ha provocato direttamente la morte di 500.000 esseri umani (più, in via consequenziale, 1.500.000 causati dalle guerre napoleoniche). Ha ghigliottinato il Re di Francia Luigi XVI, la Regina Maria Antonietta, la sorella del Re Elisabetta, il Delfino è morto a dieci anni dopo essere stato affidato a un vinaio che lo ha alcolizzato e seviziato.
Ha massacrato centinaia di aristocratici, migliaia di sacerdoti e suore, decine di migliaia di borghesi e centinaia di migliaia di contadini che non erano d’accordo con Robespierre e soci.
Siccome la ghigliottina era troppo lenta per “smaltire” velocemente la massa dei condannati a morte, si usarono altri mezzi, come prendere interi “equipaggi” di religiosi e religiose, metterli in grandi barconi sulla Loira, legarli nudi (si badi: nudi) uomo donna corpo a corpo (in modo da indurli fortemente in tentazione nell’ultimo istante della vita) e gettarli nel fiume facendoli annegare in tal maniera. Il numero fu talmente elevato che la Loira si infettò, e per anni i contadini non ebbero raccolti e soffrirono la fame.
Si usarono anche altri mezzi diretti: solo per un esempio a nome di tutti, una mattina 184 carmelitani erano in cappella nella loro chiesa a Rue des Carmes in Parigi quando entrarono 2-3 sanculotti con dei coltelli e li scannarono uno ad uno, tutti, mentre pregavano e cantavano (consiglio di leggere la meravigliosa opera – esiste anche un film bellissimo di Georges Bernanos, I dialoghi delle carmelitane, dove racconta del simile martirio di 16 carmelitane a Compiègne). Vescovi, sacerdoti, suore, monaci e frati, hanno pagato con la vita la loro fedeltà a Cristo e alla Chiesa, in numero di migliaia. Molti di costoro sono oggi martiri della Fede, riconosciuti tali dai papi, ultimo Giovanni Paolo II.
Ma non meglio andò agli aristocratici, ai borghesi, ai semplici cittadini, massacrati magari solo per i loro stato sociale, o solo per una soffiata di qualcuno che approfittava della legge sui sospetti per togliersi di torno rivali di affari, di amore, di lavoro, o magari per vendicarsi di qualcosa.
La legge sui sospetti e il tribunale rivoluzionario furono gli strumenti che Robespierre e soci utilizzarono per instaurare la dittatura terroristica in Francia. Bastava una semplice denuncia di sospetto di essere “controrivoluzionari” per essere inviati al patibolo senza processo o con processo farsa. Ogni mattina si stilavano le liste di proscrizione e centinaia di persone ogni giorno venivano ghigliottinate o eliminate.
Il Terrore (con la T) fu appunto lo strumento di governo di Maximilien Robespierre, l’instauratore ufficiale nel mondo e nella storia del totalitarismo contemporaneo, il primo dittatore stragista di una lunga serie, che noi oggi conosciamo bene. Il tutto, s’intende, al servizio del progetto di Jean-Jacques Rousseau e al fine di realizzare la libertà, l’uguaglianza e la fraternità, ovvio.
Una regione della Francia osò ribellarsi a Robespierre e alla sua repubblica assassina e stragista. Era la regione della Vandea, e lo fece in nome di Cristo, del Sacro Cuore e del Re. Arrivarono le colonne infernali da Parigi e massacrarono in tre anni 300.000 persone su 500.000 totali. È il primo genocidio della storia umana, voluto a tavolino dai governanti nei confronti dei propri sudditi: celeberrima è la frase di Robespierre: “uccidete anche i bambini, perché saranno i controrivoluzionari di domani”.
L’inferno cadde sulla Vandea cattolica e monarchica: uomini massacrati, donne prima violentate da decine di soldati, e poi uccisi in maniere terrificanti (normale era la pratica di appenderle a testa in giù con le gambe divaricate e poi passare una spada dalla vagina in giù verso la testa, perché in tal modo si moriva più lentamente, in quanto il sangue era concentrato nel capo, appunto), mentre con la pelle dei bambini si facevano saponette e pantaloni per i soldati rivoluzionari (vi ricorda nulla questo?).
Lione è stata rasa al suolo per aver osato ribellarsi a Parigi e non parliamo di quello che i soldati rivoluzionari hanno fatto poi per anni fuori dalla Francia, a partire dall’Italia.
Ovviamente, come si può comprendere facilmente, si potrebbe parlare per ore – o meglio, scrivere interi libri – di tutto questo. Perché ricordarlo ancora? Perché si è sparsa la notizia che il cardinale Oscar Maradiaga, nel suo libro Parlare di Dio nel mondo, ha scritto che «la Rivoluzione francese, ed essa soltanto (…) occupa il posto di rivoluzione autenticamente umana – pur nei limiti e negli eccessi di quella violenza che non era tra le componenti originarie del suo pensiero».
Diciamoci la verità: non se ne può più di questa caterva senza ritegno e senza fine di falsità di cui siamo vittime tutti noi cattolici (e non solo). Non se può più.
Ovviamente il cardinale e i suoi difensori d’ufficio diranno che egli si riferiva ai principii generali, non alle stragi.
Bene. Chiariamo anche questo punto.
La Rivoluzione Francese è figlia dell’illuminismo anticristiano, scettico e materialista, a sua volta fomentato e preparato nelle logge massoniche di tutta Europa. Nella sua prima parte (1789-1792) ha introdotto nel mondo il liberalismo democratico, ispiratore del mondo liberal-capitalista e massonico dei due secoli trascorsi e che oggi sta arrivando alle sue più estreme conseguenze di follia anarchica e immorale che tutti conosciamo. In realtà, è proprio in questi primissimi anni che inizia la guerra alla Chiesa e alla religione, fin da subito, con la Costituzione Civile del Clero, che provocò lo scisma in Francia con la spaccatura del clero in costituzionalisti (traditori del papa e fedeli a Parigi) e refrattari (fedeli alla Chiesa e al papa fino in fondo), il tradimento di vescovi e cardinali, l’impossessamento di quasi la totalità delle terre della Chiesa, con le quali il clero aiutava gli indigenti (il risultato fu la pauperizzazione del clero basso e delle popolazioni povere e l’arricchimenti ulteriore del clero alto e dei ceti borghesi che acquistarono a basso prezzo quelle terre, come avverrà esattamente poi in Italia dopo l’unificazione), l’obbligo di giuramento di fedeltà alla Rivoluzione per ogni ecclesiastico, la guerra generale alla fede.
Poi nella seconda fase della Rivoluzione (1792-1794), quella repubblicano-terroristica, si passa ai massacri di cui abbiamo già detto, si instaura il culto della Dea Ragione al posto di quello della Vergine Ss.ma, si trasformano le chiese in balere e si mettono prostitute in chiesa per culti orgiastici alla nuova divinità. Di questo e molto altro non si può dare tutta la colpa al solo Robespierre: egli ha solo portato a termine con il fanatismo tipico degli estremisti rivoluzionari il progetto iniziale con cui e per cui è stata voluta, preparata e condotta la Rivoluzione Francese. È sufficiente leggere i documenti massoni a riguardo, oltre ai documenti vari riportati da molti storici, anche contemporanei agli eventi (Marat, primo mostro assassino della Rivoluzione, scrisse sull’“Ami du Peuple” nel 1789: “Se la Rivoluzione non avrà almeno 500.000 morti, fallirà”. Guarda caso, la Rivoluzione Francese ebbe 500.000 morti. E lo scrisse nel 1789, quando non vi era nemmeno un morto, quando, secondo il cardinale Maradiaga, la Rivoluzione era sinceramente “umana”).
Se la prima parte della Rivoluzione è paradigma del mondo liberal-massonico-capitalista odierno, la seconda parte è, come ognuno può capire, paradigma delle meravigliose e molto umane dittature totalitarie del XX secolo. Su questo v’è accordo pressoché generale fra tutti gli storici non ideologizzati: la Rivoluzione Francese, nel suo complesso, per la sua ascendenza ideologica (illuminismo e, ancor dietro, individualismo protestantico e umanistico) e per le sue conseguenze fattuali (il mondo del XIX e ancor più del XX secolo nella sua complessità) è madre e paradigma assoluto della società contemporanea. Che, tradotto, vuol dire di tutti gli eventi del XIX e XX secolo.
Chiaro il concetto?
Ma, potrebbero ancora dire il cardinale e i suoi difensori d’ufficio: non ci riferisce alle stragi, e neanche alle ideologie liberali e totalitarie stragiste. Ma alla famosa “trinità” rivoluzionaria.
Ebbene, Eminenza, mi permetta di spiegarle una cosa, più ovvia di quanto appaia.
Non è vero che i tre fatidici concetti siano cristiani, i tre fatidici concetti sono neutri in sé (come un coltello, dipende come lo usi). Dipende appunto dal significato che su vuole dare loro e dall’uso che se ne vuole fare. Sono cristiani ma possono essere anche anticristiani.
La libertà è il dono grande che Dio ha fatto agli uomini: ma proprio perché liberi, gli uomini sono anche liberi di usare male questa libertà, e di peccare.
L’uguaglianza vale per ogni uomo, perché davanti a Dio siamo tutti figli suoi. È vero, ma l’uguaglianza non va intesa in senso assoluto, visto che da sempre e per sempre non v’è un uomo uguale a un altro. E siamo tutti gerarchicamente inseriti in questa vita (sani e malati, intelligenti e non, belli e non, ricchi e non, ecc., secondo le infinite gradualità della vita, che peraltro possono anche cambiare nel corso della vita stessa a seconda degli eventi), e negare questo significa negare l’evidenza del creato come Dio lo ha voluto.
In quanto alla fraternità poi… quanto ha fatto la Rivoluzione Francese (e tutte le rivoluzioni sue figlie e nipoti: vogliamo parlare di quella messicana? Di quella russa? Di quella spagnola? Di quella cinese e delle altre comuniste? Vogliamo parlare del nazismo? E magari anche del nostro risorgimento nel meridione?) è esempio fulgido di come può essere applicata la fraternità che non ha Dio per base.
Non per voler essere hegeliani (Dio ci scampi), ma è innegabile che il liberalismo produce libertà (anche da Dio) e quindi ingiustizia sociale, così come l’ugualitarismo rinuncia alla libertà ma riesce solo a produrre miseria e odio (come la storia ci ha abbondantemente dimostrato). E, pertanto, dopo il fallimento del primo e soprattutto del secondo, ecco arrivare la sintesi della fraternità: il nostro meraviglioso Sessantotto, dove non v’è più alcun ordine morale (libertà, certo, ma da Dio e dalla natura e da ogni Bene e Verità possibili) e dove l’uguaglianza consiste nel fare tutti ciò che si vuole senza regola alcuna in piena povertà (come oggi sta accadendo, appunto), in modo da divenire tutti schiavi di un sistema mondiale totalitario in senso assoluto, e quindi privi completamente di ogni libertà vera, di ogni giustizia vera (noi italiani lo sappiamo bene, vero?), e di ogni fraternità, perché dominati da una società retta sull’odio.
Ecco i frutti della Rivoluzione Francese, Eminenza: li ha davanti ai suoi occhi, oggi. Nel passato, altri come lei hanno detto questa sciocchezza, ma potevano ancora essere in parte giustificati dall’illusione di un mondo migliore. Il sol dell’avvenire invece oggi è realizzato dinanzi a noi. Non se ne è accorto? Oppure invece le piace questo mondo?
Occorre dire che in un certo senso sua Eminenza ha ragione su un punto: dire che la Rivoluzione Francese fu “pienamente umana” in fondo non è del tutto corretto (perché fu essenzialmente satanica, e quindi preterumana), ma neanche del tutto sbagliato. Il problema però è che Sua Eminenza non si è reso conto che proprio affermando questo si è dato la risposta da solo. È “umana”. E Dio? Dov’era?
Ciò che è umano è buono solo se fondato sul divino. Altrimenti, la storia ci dimostra bene cosa può accadere.
Attenzione, Eminenza, concludo con un avviso amichevole: anche la Rivoluzione Francese ha fatto una cosa buona. Davvero! Quale?
Dopo aver massacrato i preti refrattari fedeli alla Chiesa di sempre con la complicità del clero costituzionalista traditore, indovini che ha fatto? Ha massacrato anche il clero costituzionalista traditore. Nessuno si è salvato. Perché, come dicevano Robespierre e soci, il solo essersi fatti preti ha offeso la natura dell’uomo e pertanto, sebbene traditori del nemico, sono anche sempre traditori della Rivoluzione.
Faccia attenzione, Eminenza. Lei non è più furbo del demonio e dei suoi servitori.

 

Massoneria e spiritismo nel Risorgimento italiano

Ieri ricorreva il 155mo anniversario della proclamazione del Regno d’Italia. Quasi nessuno se ne è ricordato. Ed è un bene in sé. Ma non motivo di rallegramento, visto gli esiti verso cui gli epigoni odierni dei protagonisti di allora stanno precipitando la nostra povera Italia.

di Massimo Viglione

«Così si perviene al 20 settembre 1870: forse il più piccolo fatto d’armi del Risorgimento; certamente il più grande avvenimento della civiltà umana. Risorgimento: opera della Massoneria! XX Settembre: gloria della Massoneria»[1].

Uno dei nodi storici cruciali della storia del Risorgimento – ancor oggi forse il meno trattato e approfondito in assoluto, forse proprio perché sentito come il più “scomodo” – è quello dei legami della Rivoluzione Italiana con la Massoneria e le società segrete massoniche o “massonizzanti”. Più di uno storico ha dedicato un intero studio al problema: alcuni tendono a sminuire il ruolo della Massoneria, fino alla negazione di esso, altri invece riconoscono la netta influenza della sua opera. Del resto, è universalmente noto il legame fra le istanze massoniche e la diffusione dell’Illuminismo e quindi della affermazione Rivoluzione Francese, a sua volta ispiratrice ideale e concreta del movimento risorgimentale italiano (come universalmente noto, anche colui che portò la Rivoluzione in Italia era massone, come la sua politica anticattolica inconfutabilmente testimonia).

Gli stessi Papi del XVIII e XIX secolo non hanno mai smesso di condannare la Massoneria come ispiratrice della guerra alla Chiesa Cattolica e del Risorgimento stesso[2], il quale trova le sue radici “occulte” nel settarismo[3] gnostico[4] dei primi decenni del secolo: la Carboneria[5], la Giovine Italia, ecc., erano o direttamente filiazioni massoniche o comunque “massonizzanti”.

E massoni erano i giacobini italiani che propagavano la Rivoluzione e accolsero in festa l’invasore napolenico. È proprio negli anni 1792-1795 che avviene la nascita del primo partito politico in Italia, il partito democratico, mentre le varie logge massoniche si trasformavano appunto in circoli giacobini; e massone era uno dei più noti cospiratori di quei giorni, quel Filippo Buonarroti, coinvolto nella comunistica Congiura degli Uguali di Babeuf e poi organizzatore infaticabile di società segrete negli anni della Restaurazione. Scrive infatti Walter Maturi:

«l’importanza politica della Massoneria, non molto appariscente nell’epoca delle riforme, appare ben chiara quando scoppia la Rivoluzione Francese. L’organizzazione massonica fu in Italia il punto d’appoggio, la base della propaganda rivoluzionaria condotta dagli agenti francesi presso i vari stati della penisola (…) Il primo effetto di questa propaganda fu la trasformazione delle logge massoniche in circoli o clubs giacobini…»[6].

E massoni o massonizzanti sono la gran parte dei protagonisti della Rivoluzione Italiana, a partire dagli esponenti della setta della Carboneria. Scrive lo storico Oreste Dito a riguardo[7]:

«Né d’altra parte fra le due Associazioni era diversità di intenti, pur essendovi nei mezzi. È falso ch’esse rappresentassero due forze rivali, anche se talvolta non corresse buon sangue tra massoni e carbonari (…) Del resto, se un’apparente rivalità sembrò esistere tra le due sétte, a’ tempi murattiani, non pochi tra’ più eminenti personaggi del tempo rivestivano la doppia qualità di massone e di carbonaro. Ogni fratello massone veniva ammesso nella Società Carbonarica col solo voto, senza essere sottoposto a tutte le prove richieste pei candidati ordinari; né era possibile essere iniziato agli alti gradi carbonarici senza aver prima ottenuti alcuni indispensabili in Massoneria. Le differenze che a prima vista saltano agli occhi di ognuno sono semplicemente apparenti (…) La Massoneria è fine; la Carboneria fu uno dei metodi per raggiungerlo (…) Nella storia del Risorgimento Italiano la Carboneria rappresentò la prima fase di esso (…) La Massoneria, invece, continua tuttavia ad esistere, in Italia e dappertutto». In pratica, Dito definisce la Carboneria «una Massoneria trasportata dal campo dell’idea in quello dell’azione, dall’idea astratta all’idea concreta, dall’enunciazione dottrinaria di un principio all’attuazione».

Cosa fu esattamente la Carboneria, e qual è l’importanza del suo ruolo nella storia della Rivoluzione Italiana? Come nel caso degli Illuminati di Baviera, siamo informati sulle attività cospiratorie della Carboneria, e in particolare del livello più elevato di essa, l’Alta Vendita, in quanto il 20 maggio 1846, poco prima della morte, Gregorio XVI consegnò a Jacques Crétineau-Joly, lo storico della Controrivoluzione vandeana e della Compagnia di Gesù, tutti i documenti (sequestrati negli anni dalla Polizia pontificia) necessari per scrivere una Storia delle società segrete; lo storico francese non la scrisse mai, ma pubblicò la celebre opera L’Eglise romaine en face de la Révolution. I documenti dell’alta Vendita sono stati successivamente riprodotti da mons. Delassus nell’altrettanto nota opera Il problema dell’ora presente, e in particolare le Istruzioni e la corrispondenza[8]. L’alta Vendita era composta da 40 membri che si nascondevano dietro pseudonimi, ed era diretta fin dal 3 aprile 1824 da un aristocratico italiano, “Nubius”, che, grazie alla sua posizione, aveva accesso presso alti prelati in Vaticano e aveva posto suoi agenti nelle Cancellerie europee.

Qual’era lo scopo dell’Alta Vendita? I suoi capi avevano tracciato un piano ancora più audace di quelli perpetrati per la Rivoluzione Francese. Dovendo agire in Italia, vale a dire contro il cuore stesso del nemico, il Papato, essi avevano compreso che qui le ghigliottine non servivano (lo stesso Napoleone aveva fallito con tutti i suoi eserciti); così essi prepararono e perpetrarono il grande piano: «Giungere con piccoli mezzi ben graduati, benché mai definiti, al trionfo dell’idea rivoluzionaria per mezzo del Papa»[9].

Troviamo infatti scritto nell’Istruzione permanente data ai membri della setta nel 1817: «Il nostro scopo finale è quello di Voltaire e della Rivoluzione francese: l’annientamento per sempre del cattolicesimo ed ancora dell’idea cristiana, che se resta in piedi sulle rovine di Roma ne avrebbe perpetuazione»[10]. Ma per ottenere ciò, prosegue lo scritto, occorre non attaccare frontalmente la Chiesa, in quanto in tal maniera essa ha sempre vinto, anche contro i suoi peggiori e più forti nemici; occorre invece conquistare il Papa e la Gerarchia, ma non nel senso di un Papa “settario”, in quanto ciò è ridicolo, o di un Papa corrotto come Alessandro VI, in quanto anche questi «non ha mai errato in materia religiosa»; occorre invece un Papa complice, come Clemente XIV, che per paura si diede mani e piedi ai Borboni e ai philosophes. Si trattava insomma di corrompere ideologicamente i giovani sacerdoti, perché un giorno alcuni di loro sarebbero divenuti vescovi, e poi, un giorno, fra questi vescovi sarebbe uscito un Papa! E il Papa, nella Chiesa, può tutto. Anche provocarne la distruzione, secondo i loro piani. Troviamo infatti scritto nell’Istruzione:

«Il lavoro al quale noi ci accingiamo non è l’opera di un giorno, né di un mese, né di un anno. Può durare molti anni, forse un secolo: ma nelle nostre file, il soldato muore, ma la guerra continua (…) Quello che noi dobbiamo cercare ed aspettare come gli ebrei aspettano il Messia, si è un Papa secondo i nostri bisogni (…) Con questo solo noi andremo più sicuramente all’assalto della Chiesa, che non con gli opuscoletti dei nostri fratelli di Francia e coll’oro stesso dell’Inghilterra. E volete sapere il perché? Perché con questo solo, per stritolare lo scoglio sopra cui Dio ha fabbricato la sua Chiesa, noi non abbiamo più bisogno dell’aceto di Annibale, né della polvere da cannone e nemmeno delle nostre braccia. Noi abbiano il dito mignolo del successore di Pietro ingaggiato nel complotto, e questo dito mignolo val per questa crociata tutti gli Urbani II e tutti i San Bernardi della Cristianità»[11].

Da queste impressionanti parole non può non ricavarsi il legame con l’opera – fondamentale per tutta la storia del Risorgimento italiano – di Vincenzo Gioberti, Il Primato morale e civile degli Italiani, edito a Bruxelles nel 1843, con cui l’ambiguo prete prepara quel movimento neoguelfo destinato ad attrarre i cattolici moderati e liberali verso la Rivoluzione Italiana, e destinato, soprattutto, a creare le condizioni per l’elezione del Papa desiderato…[12].

Come si può notare, la Carboneria e l’Alta Vendita, hanno come scopo supremo quello di portare la Rivoluzione in Italia per distruggere il nemico per eccellenza della Massoneria e della Rivoluzione, ma non attaccandolo dall’esterno (es.: persecuzioni pagane, eresie medievali, guerre protestanti, e, soprattutto, Rivoluzione Francese e Napoleone), ma dall’interno, come un tumore che eroda la Chiesa stessa avvelenandola[13]. Da questo momento iniziò quindi la regolare e metodica penetrazione delle file massoniche nel clero cattolico. E in tal maniera, si potrebbe dire, iniziò la “Questione Romana”, vale a dire la guerra alla Chiesa Cattolica[14], scopo portante della Rivoluzione Italiana.

Superfluo notare come tale piano sia pienamente riuscito in questi 150 anni, fino ad arrivare a infettare le più alte gerarchie ecclesiastiche. I frutti di tale tumore infernale nella Chiesa – nella sua parte umana ovviamente – li possiamo verificare quotidianamente e in maniera ogni giorno più devastante.

Tornando al nostro minimale excursus sul ruolo della Massoneria nel Risorgimento, sarà utile un piccolo elenco di alcuni fra i principali protagonisti di quei giorni notoriamente affiliati alla setta “madre”[15].

Garibaldi fu iniziato nella loggia irregolare Asilo della Virtù nel 1844 a Montevideo; poco dopo si affiliò alla loggia regolare Gli amici della Patria: fece quindi una grande carriera fino alla nomina di Gran Maestro onorario a vita del Grande Oriente d’Italia nel 1872. Massone era Türr, suo braccio destro per tutta la campagna del Sud, Maestro venerabile della Loggia Mattia Corvino di Budapest e amico di Vittorio Emanuele II. Massone era G.B. Fauché, procuratore della Rubattino, che concesse i vapori a Garibaldi, affiliato alla Loggia Trionfo Ligure di Genova. Altro sostegno venne dalla celebre loggia Ausonia di Torino, fondata l’8 ottobre 1859 e che il 20 dicembre si costituì in Grand’Oriente d’Italia e aveva come programma l’unità d’Italia sotto Vittorio Emanuele II. Cavour stesso venne definito «personaggio non estraneo ai nostri misteri» ed era già stato prescelto a divenire il Gran Maestro dell’Oriente d’Italia, se la morte non lo avesse colto d’improvviso nel giugno del 1861. Ma come è noto, il governo piemontese agì soprattutto tramite la Società Nazionale, fondata da Giuseppe La Farina, iniziato il 9 maggio 1860 nella Ausonia. Poi vi sono i massoni tendenziali e futuri massoni. Fra questi ricordiamo Agostino Bertani, Adriano Lemmi (futuro Gran Maestro del Grande Oriente d’Italia), Agostino De Pretis, Francesco Crispi, Giosué Carducci, Antonio Mordini (il mediatore fra Garibaldi e il gruppo bancario Adami-Lemmi, finanziatore dell’impresa). E poi è da ricordare il sostegno ricevuto per la spedizione dei Mille dalla Massoneria americana[16] e soprattutto da quella inglese[17], che fornì l’incredibile cifra di 3 milioni di franchi francesi (circa 30 milioni di dollari al 1990) a Garibaldi a Genova per la spedizione, custoditi da Ippolito Nievo[18]. Da ricordare nell’elenco poi sono personaggi come Bixio, Mameli, Pellico, Maroncelli, Pisacane, Nigra, Mario, Lanza, Cairoli, Di Rudinì, Zanardelli, Fortis oltre a Mazzini ovviamente, e poi gli stessi Napoleone III, Palmerston e Bismarck[19].

Come si può notare, riesce alquanto difficile continuare a sostenere l’estraneità della Massoneria dalla Rivoluzione Italiana. Sembra alquanto più sensato affermare esattamente il contrario: fu essa ad ispirare e a guidare (naturalmente verso i suoi scopi precisi) il processo risorgimentale nazionale, dagli albori alla conclusione, passando per il fondamentale periodo formativo delle sètte e della Carboneria.

Il Risorgimento, o Rivoluzione Italiana, è a tutti gli effetti, parte integrante di quel processo storico anticristiano che prende il nome di “Rivoluzione”; anzi, ne costituisce, proprio per la sua guerra alla Roma cattolica, un momento essenziale e unico, come ripeteva enfaticamente la citazione massonica riportata all’inizio del paragrafo, e come troviamo ufficialmente e pubblicamente dichiarato nel Bollettino Officiale del Grande Oriente Italiano, organo ufficiale della Massoneria nazionale e praticamente “fratello”, a quei tempi, della stessa Gazzetta Ufficiale del Regno:

«il mondo testé respirava, vedendo l’Italia preparata a schiacciare il Pontificato romano; esso pensava che, se al prete mancava l’Italia suo antico presidio, il prete era perduto per sempre. Così le nostre battaglie contro Roma erano battaglie per la civiltà e per l’umanità intera (…) Le nazioni riconoscevano nell’Italia il diritto di esistere come nazione in quanto che le affidavano l’altissimo ufficio di liberarle dal giogo di Roma cattolica. Non si tratta di forme di governo, non si tratta di maggior larghezza di libertà; si tratta appunto del fine che la massoneria si propone; al quale da secoli lavora, a traverso ogni genere di ostacoli e di pericoli»[20].

Lo scopo di tutto questo? Sostituire alla religione e alla Chiesa Cattolica una nuova religione: la religione della patria risorgimentale, nuovo culto del popolo italiano (facente parte del culto generale dell’Umanità: l’Uomo è il nuovo dio, gli uomini si costituiscono in popoli, i quali formano l’Umanità). Significative anche sulle seguenti parole di uno dei più noti ed osannati esponenti dell’“intellighentia” risorgimentale: «Roma, la nemica Roma, l’antica cagione di tutti i mali d’Italia, non istà sul Tevere, ma qui nelle nostre coscienze e qui dobbiamo combatterla (…) Ogni prete val mille stranieri (…) Italia nuova e cattolicesimo vecchio non possono stare insieme; noi abbiamo fatto il papato, noi dobbiamo trasformarlo; e se l’Italia non si spapa e non si trasforma in religione, ella non ha ragion d’essere»[21].

Lo Stato italiano è stato pensato, ideato, “costruito” e realizzato dalla massoneria per i suoi scopi, e per questi scopi da 150 è da essa, direttamente o indirettamente, governato, a seconda delle circostanze storiche. Riprova ultima e inconfutabile di quanto detto è l’attuale situazione spirituale, politica, civile ed economica degli italiani e il dissolvimento in atto dello stesso Stato nazionale in un’entità mondialista ben più anticattolica, ennesimo passo avanti della distruzione della civiltà umana e della Chiesa.

Il “caso Mortara”

Edgardo Levi Mortara fu un ebreo, nato nello Stato Pontificio sotto il regno del beato Pio IX, cui capitò una sorte particolare, alla quale però egli rispose in maniera inaspettata e assolutamente non gradita dai suoi ambienti di origine e dal mondo dei poteri forti e “mediatici” del tempo (e di oggi).

Edgardo nacque a Bologna il 27 agosto 1851. I Mortara, contravvenendo alle leggi dello Stato Pontificio, avevano alle loro dipendenze una domestica cattolica, la quattordicenne Anna Morisi, la quale, essendo il neonato in pericolo di vita, decise di sua sponte di battezzarlo in articulo mortis.

Nel 1858, per una serie di coincidenze, il fatto divenne pubblico: un cattolico stava vivendo e crescendo come giudeo. Intervenne, in base alle leggi dello Stato – che impedivano che un cattolico potesse essere cresciuto ed educato da non cattolici – e per ordine del Santo Uffizio, la polizia, che di fatto il 23 giugno 1858 privò i genitori di Edgardo della patria potestà, prelevò il bambino e lo condusse a Roma, ove potesse crescere da cattolico.

La vicenda divenne di dominio pubblico a livello internazionale, e ovviamente Cavour e soci ne approfittarono per screditare agli occhi del mondo il Potere Temporale e Pio IX, il quale, essendo venuto a conoscenza dei fatti, aveva avallato la decisione di far crescere Edgardo cattolico, a costo di toglierlo ai genitori. Proteste vennero da tutta Europa, dalle cancellerie di molti Stati e anche da ambienti cattolici, ma Pio IX rimase fermo sulla sua posizione, pur sapendo quanto questa sua decisione avrebbe fatto il gioco della propaganda antipapale e anticattolica degli unitaristi italiani. E infatti ancora oggi se ne parla, al punto che durante il processo per la beatificazione di Pio IX questo fu uno degli argomenti critici di cui si avvalsero gli avversari – non solo politici ed esterni alla Chiesa ma anzitutto quelli interni – della beatificazione stessa. E, addirittura un regista come Spielberg ne ha voluto fare un film.

Ma in tutta questa storia c’è un risvolto inaspettato, come dicevamo in apertura, e siamo proprio curiosi di vedere se Spielberg avrà l’onestà di rappresentarlo correttamente nel suo film (ne dubitiamo, ovviamente).

La sorpresa

Edgardo venne educato presso la Casa dei Catecumeni, istituzione nata a uso degli ebrei convertiti al cattolicesimo, e divenne sinceramente cattolico al punto di farsi sacerdote e dedicare la propria vita, sebbene con scarso successo ovviamente, alla conversione degli ebrei, a partire, come giusto, dalla sua stessa famiglia.

Solo un anno dopo, nel 1859, una delegazione di notabili israeliti incontrò Edgardo per portargli il sostegno del mondo giudaico, ma si sentirono rispondere : «Non sono interessato a cosa ne pensa il mondo». Ovviamente si sparse la voce di una conversione forzata, ma la realtà è che, come detto, una volta cresciuto, il Mortara, pur avendo ottenuto il permesso di rivedere la sua famiglia e stare un certo periodo di tempo con i suoi, scelse liberamente, da uomo ormai adulto, di restare cattolico e anzi di farsi sacerdote. Nel suo memoriale, scritto proprio come testimonianza a favore di Pio IX per il processo di beatificazione, annotò: «Allorché io venivo adottato da Pio IX tutto il mondo gridava che io ero una vittima, un martire dei gesuiti. Ma ad onta di tutto ciò, io gratissimo alla Provvidenza che mi aveva ricondotto alla vera famiglia di Cristo, vivevo felicemente in San Pietro in Vincoli e nella mia umile persona agiva il diritto della Chiesa, a dispetto dell’imperatore Napoleone III, di Cavour e degli altri grandi della terra. Che cosa rimane di tutto ciò? Solo l’eroico non possumus del grande Papa dell’Immacolata Concezione».

Nel 1867 Edgardo entrò nel noviziato dei Canonici Regolari Lateranensi. Dopo la Presa di Roma i genitori, approfittando del cambiamento radicale della situazione a Roma, tentarono nuovamente di riavere il figlio, ma fu Edgardo a rifiutare ancora di tornare a casa. Per sottrarsi a ulteriori sollecitazioni, egli infine lasciò Roma e si recò prima in Tirolo, poi in Francia, dove venne ordinato prete all’età di ventitré anni adottando il nome di Pio, proprio in onore del pontefice che lo aveva accolto alla salvezza. Nel 1897 si recò negli Stati Uniti, ma l’arcivescovo di New York fece sapere al Vaticano che si sarebbe opposto ai tentativi di Mortara di evangelizzare gli ebrei in terra americana e che il suo comportamento metteva in imbarazzo la Chiesa (un vero prete dei nostri giorni vissuto con un secolo di anticipo). Mortara morì l’11 marzo 1940 a Liegi dopo aver passato diversi anni in un monastero.

Nella sua memoria a favore della beatificazione di Pio IX ricorda che dopo il suo sequestro da parte delle guardie pontificie ricevette la visita dei suoi genitori, ma che non desiderava rientrare in famiglia in quanto ormai toccato dalla grazia soprannaturale che lo tratteneva; quando vide i genitori si spaventò al punto di rifugiarsi dietro la tonaca di un sacerdote.

Alcune necessarie e scomode considerazioni

Riassunta in breve la parabola di quest’uomo, occorre fare qualche riflessione, per quanto veloce, sull’intera vicenda, che, come si può capire facilmente, investe tanto il piano storico quanto quello teologico, al fine di comprendere le ragioni di tali scelte.

Il primo pensiero va alla Morisi: una ragazzina di quattordici anni si assume la responsabilità della decisione di battezzare un neonato ebreo in pericolo di vita, per di più figlio dei suoi datori di lavoro. La cosa ha dell’incredibile, non perché, come si può pensare oggi, sia in sé un atto di mancata tolleranza e rispetto, ma al contrario, perché ci mostra l’incredibile profondità di fede che si poteva trovare ancora nel XIX secolo perfino nei figli del popolino ignorante, perfino in una domestica quattordicenne. Questa ragazza decide, come ella stessa dichiarò, di battezzare il bambino per non farlo finire nel limbo per tutta l’eternità e per dargli invece la possibilità della conquista del paradiso. In pratica, nell’ottica della fede e della teologia cattolica di sempre, gli ha fatto il più grande dono che si possa mai fare al prossimo, e certamente il Mortara questo lo comprese bene. Nell’ottica odierna, e non solo laica, avrebbe operato invece un intollerabile e antidemocratico sopruso. Ma la Morisi non era figlia della Chiesa dei nostri giorni.

Il secondo pensiero va ovviamente a Pio IX e all’allora Sant’Uffizio, ed è direttamente collegato al punto precedente. Siamo ancora in una Chiesa tradizionale. Abbiamo ancora a che fare con un clero che crede veramente nella religione cattolica e nei doveri che il clero stesso ha per la salvezza della anime: “Salus animarum suprema lex”, cui tutto è subordinato, ma proprio tutto. Se si è fatto quello che si è fatto, non è solo perché lo imponeva la legge dello Stato Pontificio, ma perché si amava l’anima di quel bambino, sebbene ciò sia difficile da comprendere per l’uomo odierno, non solo per il non cattolico o laico che sia, ma anche per gli stessi cattolici, anche i più sinceri, imbevuti come sono sia di tolleranza democratica e laicista che dello “spirito del Concilio” Vaticano II, vittime delle derive teologiche ed ecumeniche del postconcilio. In pratica, Pio IX ha fatto quello che ha fatto con determinazione perché voleva la salvezza dell’anima di quel figlio di Dio, e lo ha fatto anche a costo di dover toglierlo ai propri genitori e di scatenare l’opinione pubblica mondiale contro di lui proprio nel momento più delicato della storia dello Stato della Chiesa (siamo appunto nel 1858). Stiamo dicendo che… Pio IX fu mosso da carità sincera, sebbene ciò possa scandalizzare qualche lettore o muovere all’ironia. E la carità consisteva nella volontà ferma di non chiudere a una creatura di Dio, che era stata battezzata, le porte del paradiso.

Terzo punto, quello più politico. Da sempre il mondo laicista, anticattolico, ebraico, massonico e, ovviamente, modernista e progressista, ha utilizzato la vicenda Mortara per accusare la Chiesa, e specie quella preconciliare, di praticare le conversioni forzate. Questa è un’autentica calunnia e pure infame. Quanto è accaduto al Mortara è accaduto solo a lui e solo perché era stato battezzato. La legge dello Stato Pontificio vietava assolutamente le conversioni forzate, da sempre, perché da sempre la Chiesa, i papi, avevano proibito tale pratica. Questo è un punto chiave: lo stesso Mortara aveva sette fratelli, a nessuno di loro è accaduto nulla. Ma, ovviamente, al di là del Mortara, tutte le decine di migliaia di bambini ebrei nati sotto Pio IX e sotto tutti i papi precedenti di tutti i tempi, non hanno mai subito nessun rapimento e nessuna conversione forzata (altrimenti, come è evidente, non vi sarebbero stati più ebrei nello Stato della Chiesa…). Il punto è che Edgardo era stato battezzato. Edgardo, suo malgrado, o meglio, malgrado i suoi genitori, era cattolico. In quanto tale, non poteva, non solo per la legge che comunque era evidentemente conseguenza di una visione teologica della società, ma per la teologia e la fede cattolica, crescere da non cattolico, nella fattispecie poi da non cristiano. È paradossale, ma la scelta radicale di farsi sacerdote e dedicarsi alla conversione degli ebrei e la gratitudine verso il papa che lo ha strappato ai genitori stanno a dimostrare inequivocabilmente che il Mortara, a differenza dei nostri cattolici attuali, aveva perfettamente compreso l’immenso dono che aveva ricevuto.

Quarto punto. Sembra superfluo o una sottigliezza, ma non lo è. Questa vicenda dimostra categoricamente che il movente su cui si fondava tale legge e la decisione di Pio IX di aderirvi fino in fondo, al contrario di quanto alcuni calunniatori di professione hanno dichiarato (e come verosimilmente farà Spielberg), non aveva nulla di “razzista” (ricordiamoci che è proprio con l’illuminismo, ma soprattutto con il positivismo di metà Ottocento che si diffondono i germi del razzismo biologico di cui poi conosciamo gli sviluppi): per la Chiesa un ebreo battezzato è cattolico esattamente come qualunque altro essere al mondo. Anzi, va maggiormente tutelato, come fu fatto con Mortara. Anche questo è paradossale, ma ancora una volta è proprio la carità il movente di una tale radicale scelta.

So bene che digerire questo discorso è difficilissimo oggi, anche, come detto, per gli stessi cattolici di sincera fede ma imbevuti dal cambiamento intercorso nello stesso clero negli ultimi decenni. Ma tutti sappiamo bene – anche se quasi nessuno all’atto pratico applica questa ovvia e certissima norma – che ogni evento storico non può essere giudicato con gli occhi degli uomini che vivono secoli dopo, ma occorre sforzarsi di giudicare con la mentalità degli uomini che vissero in diretta e da protagonisti l’evento in questione. E, nella fattispecie di questa storia, ciò che rimane è che la ragazzina quattordicenne e uno dei più grandi pontefici della storia della Chiesa erano mossi dalla stessa fede, dalla stessa conoscenza teologica (elementarissima nel primo caso, elevatissima nel secondo, ma i cui fondamenti erano comuni) e della stessa concezione della carità. Ovvero, che, come detto, “Salus animarum suprema lex”. E questa stessa concezione, appartenente alla Chiesa di sempre e da sempre, si fonda su due principi, oggi spesso misconosciuti ma non certo per questo falsi o mutati: 1) che ogni uomo è sulla terra per meritare il paradiso, ma deve guadagnarselo e ci sono delle regole per poterlo ottenere ed evitare la dannazione eterna; 2) che al di fuori della Chiesa non v’è salvezza (“Extra Ecclesiam nulla salus”) e quindi le altre religioni non salvano e chi le avvalora non agisce secondo misericordia. Quella vera.

Principi che non piacciono più oggi, e anzitutto ai cattolici, ma che per gli attori di quei giorni (la domestica, il papa, l’ebreo battezzato) erano l’essenza profonda della loro fede. La cosa ci può essere gradita o meno, ma questa è la realtà.

Ed è una realtà che ci fa capire pienamente, se siamo in buona fede, che ciò che differenzia i cattolici odierni da quelli del passato è anzitutto una previa valutazione di valore e di valori: per gli odierni, asserviti pienamente all’antropocentrismo della modernità, viene prima il diritto alla libertà e all’uguaglianza di ogni uomo; per i cattolici del passato, anche per gli ultimi lontani epigoni della società teocentrica medievale, veniva prima la necessità della salvezza eterna. Può sembrare molto banalizzante quanto appena affermato, eppure è la chiave di tutto: perché molti cattolici odierni, e in primis tra il clero, non credono più al giudizio di Dio e al rischio della dannazione eterna, in nome di una del tutto fittizia e ad arte “costruita” misericordia dai presupposti totalmente mondani e immanenti, mentre i cattolici del passato credevano fermamente a una Misericordia che trovava proprio nella Giustizia divina la propria assoluta perfezione e di cui i sacramenti della Chiesa – e in primis il battesimo che rende cattolici e figli della Chiesa stessa ­– erano conditio sine qua non.

In fondo, anche il caso Mortara ci può aiutare a compiere la nostra scelta di campo.

Io, antirisorgimentale, amo l’Italia (17/03/2011)

Oggi 16 marzo 2011 e domani 17 l’Italia festeggia i 150 anni della sua unità statuale.

Devo dire che mi hanno sempre colpito questo genere di espressioni mediatiche (“L’Italia festeggia” come “il mondo con il fiato sospeso” o “La Francia è chiusa nel suo dolore”…). Nel nostro specifico, che vuol dire “L’Italia festeggia”? Che domani 17 è festa nazionale e non si va a scuola o in ufficio? Sì, ma ciò è stato stabilito dal governo con decreto una tantum (per giunta). Che cosa è l’Italia? Può festeggiare l’Italia? o sono gli italiani a festeggiare?

Ma se gli italiani sono quasi 60 milioni, sarebbe interessante scoprire quanti di questi 60 milioni di esseri umani nati in Italia e figli, nipoti e pronipoti di italiani nati in Italia – al di là del non andare a scuola o in ufficio – realmente festeggino e sappiano cosa stiano festeggiando esattamente.

Vi sono 3 categorie di italiani riguardo a questo problema: 1) gli italiani che festeggiano domani una tantum l’Italia; questi poi si dividono a loro volta in due sottocategorie: a) quelli che festeggeranno in maniera convinta e attiva e b) quelli che lo faranno solo in maniera passiva, perché è un’occasione di vacanza; 2) gli italiani che in realtà non festeggiano domani (anche se faranno finta di festeggiare), ma festeggiano ogni anno il 25 aprile; 3) gli italiani che non festeggiano, per ragioni molto precise.

E quanti sono gli italiani aderenti a questa ultima categoria? E perché esistono? E come mai proprio negli ultimi decenni e anni vanno in realtà sempre più aumentando, non solo come noto al Nord, ma ormai anche al Sud (e al centro pure)?

Questa dovrebbe essere, fra inni, canti solenni e canzonette pop, rumore e sventolio di tricolori e mostra di coccarde, discorsi paludati istituzionali e arringhe di arrabbiati che qualsiasi occasione (compresa questa) riducono al 25 aprile, alla Costituzione e a Berlusconi, una vera, determinante e sentita riflessione da fare.

Non solo: altra riflessione-chiave: cosa dobbiamo esattamente festeggiare?

In questi giorni gira su Facebook un’intelligente proposta cui aderire (o meno): “Unità sì Risorgimento no”. Sembra un facile slogan, ma in realtà è la chiave di volta del dramma della storia dell’Italia unificata.

L’unità politica è un valore oggi che non può essere messo in discussione, rebus sic stantibus, pena la distruzione economica del Paese e – quello che nessuno dice – l’invasione del territorio peninsulare e la più completa umiliazione della nostra civiltà e società.

Ma, detto questo, si può continuare ancora a far finta che gli italiani siano uniti? Che un abitante di Ragusa si senta fratello d’Italia con uno di Domodossola? O uno di Sassari con uno di Cividale del Friuli? Si può continuare a nascondere il fatto che una fetta non indifferente della popolazione italiana sia più o meno pronta a rinunciare – consideratamente o sconsideratamente – all’unità statuale? Si può continuare a far finta di non notare il fatto che un’altra non secondaria fetta della popolazione italiana sia rimasta ferma al 25 aprile 1945? Che sogna – apertamente o nascostamente, vecchi allora presenti o giovani fantasiosi e ansiosi di rinnovati giorni di guerra civile – ogni momento il mitra e, da quando c’è in politica il demonio Berlusconi, vero asse portante del senso dell’esistenza di tutti costoro, con rinnovato ardore e odio?

Vogliamo continuare a far finta di non sapere che a tutti costoro in realtà del 17 marzo non gliene importa nulla (e infatti hanno trasformato la festa dell’unità in una festa della Costituzione in chiave antiberlusconiana) in quanto la loro vera e unica festa è quella del 25 aprile, del mitra in mano, degli italiani fucilati, della vendetta perpetrata anche dopo la pace, delle rese dei conti familiari e paesane, delle foibe e degli esodi di massa?

Vogliamo continuare a far finta di non vedere che siamo l’unico Paese al mondo che non ha mai festeggiato la sua nascita istituzionale prima e continuerà a non festeggiarla anche dopo domani? I francesi, ad esempio, festeggiano dal 1790 il loro 14 luglio; gli americani subito dopo il 1776 istituirono la festa del 4 luglio. Noi no. Mai fatto in questi 149 anni precedenti. Lo facciamo ora. Ora e poi mai più.

La loro festa non è quella dell’unificazione. È quella del 25 aprile, del mitra e delle foibe. Del 2 giugno, della repubblica e della costituzione scritta già allora contro Berlusconi bambino. L’Italia per costoro non è nata nemmeno 150 anni fa (età del tutto inadeguata per uno Stato dell’occidente, il più giovane di tutti insieme alla Germania), ma in fondo solo 65 anni fa.

Insomma, chi festeggerà stasera e domani? E, soprattutto, cosa festeggerà?

Festeggerà:

– un’unificazione fatta da poche migliaia di attivi rivoluzionari sopra il capo dei 22 milioni di italiani allora presenti nella Penisola e nelle isole, “codificata” dalla più ignobile farsa della storia dell’Occidente, quella dei ridicoli “plebisciti” che nessun valore oggettivo ebbero né potevano avere;

– l’aggressione di una dinastia molto poco italiana, che aveva il francese come madrelingua e le cui élite sociali e culturali in buona parte corteggiavano il calvinismo e gli ideali massonici, contro gli altri legittimi Stati della Penisola, tutti in perfetta sintonia con la lingua, civiltà, fede, cultura e fedeltà dei loro sudditi, Stati antichi di secoli riconosciuti da ogni governo del mondo, e soprattutto pacifici e alleati con quello Stato che li aggredì e invase in pochi mesi;

– l’intervento di potenze straniere (Gran Bretagna e Francia) che firmarono la costituzione del nuovo staterello a loro soggetto e debitore;

– lo sterminio di decine di migliaia di meridionali che non furono d’accordo a farsi piemontesizzare da un giorno all’altro;

– la cacciata di massa di milioni di meridionali dalla loro terra, dopo averne distrutto l’economia e la progredita attività sociale e culturale, tramite l’utilizzo della delinquenza organizzata;

– una feroce guerra alla Chiesa e alla fede degli italiani, che provocò la frattura fra la Chiesa e il nuovo Stato e rese i cattolici, vale a dire la quasi totalità degli italiani, stranieri in patria, per almeno 50 anni;

– la più feroce pressione fiscale e la più incancellabile corruzione mai avute, di cui ancora oggi viviamo quotidianamente le conseguenze;

– e poi: il fallimento delle guerra coloniali in Africa, la tragedia della Prima Guerra Mondiale con 700.000 morti e 1.500.000 mutilati, da cui avremmo potuto benissimo restare fuori, la dittatura, la Seconda Guerra Mondiale, la sconfitta e l’invasione di 3 eserciti stranieri in suolo italico, la guerra civile, la caduta della Monarchia e la nascita tutt’altro che limpida di una repubblica, e poi il terrorismo, la crisi economica, la dipendenza economica e politica del nostro Paese da potenze straniere, la corruzione endemica, il clima mai sopito di guerra civile, lo strapotere delle cosche mafiose, la guerra fra le istituzioni dello Stato, gli enormi problemi di oggi e molto altro ancora.

Chi festeggerà oggi e domani e cosa festeggerà?

Personalmente, io non festeggerò. E questo non solo per le ragioni suddette, ma per un motivo che ritengo molto più profondo e valido.

Perché io festeggio l’Italia 365 giorni l’anno da quando ero bambino, e lo farò fino al mio ultimo giorno. Non è un modo di dire banale, è la verità. Da cattolico, ringrazio ogni giorno, puntualmente, il Creatore, per avermi dato i più meravigliosi doni che poteva darmi: l’essere cattolico e l’essere italiano.

Ma il mio essere italiano non riguarda questi 150 anni. Si estende a tutta l’italianità, vale a dire per i 26 secoli precedenti. La mia italianità consiste nel far parte di un insieme di popolazioni che hanno costituito un impero quasi millenario che ha dato civiltà, diritto, lingua, unità e cultura al mondo occidentale tutto; che hanno avuto e hanno il più grande dei privilegi della storia umana: quello di ospitare il Vicario di Dio nella propria terra, nell’essere, come dire, il dna costitutivo della Chiesa stessa; che hanno donato all’umanità le più grandi opere di letteratura, arte, cultura, scienza, della civiltà umana.

Chi ha dato all’umanità Catone e Scipione, Cicerone e Virgilio, Cesare e Augusto, e poi Bonaventura, Cimabue, Giotto, il Beato Angelico, Mantegna, Antonello da Messina, Piero della Francesca e tutti gli altri geni del rinascimento, quindi Caravaggio, Bernini, Borromini, Vivaldi, Rossini, Verdi, Marconi, Fermi, e così via, non sa proprio cosa farsene di Garibaldi e Mazzini.

Chi ha donato all’umanità Francesco, Tommaso, Dante, Caterina e Cristoforo, non può pensare di festeggiare il 17 marzo. Sarebbe come festeggiare la promozione in seconda elementare quando si è giunti alla cattedra universitaria. E il paragone non regge affatto…

Allora, per concludere, il motto “Unità sì Risorgimento no” ha un senso. Lo ha per me, che sono italiano e che ne sono fiero come pochi altri. Ha senso proprio perché amo l’Italia, quella vera, quella della civiltà imperiale e della civiltà cristiana. L’Italia maestra della civiltà umana.

Proprio perché ho il dna italiano, non festeggio il 17 marzo, non mi riduco a 150 anni, peraltro alquanto tragici, umilianti e forieri di odio e corruzione, ma mi espando per i 27 secoli precedenti. Festeggio ogni giorno della mia vita l’appartenere al più grande e prezioso dei retaggi spirituali, civili e culturali di questa immensa comunità umana che abita su questo pianeta.

Perché io, critico del Risorgimento, amo l’Italia. Non l’Italia nata dalle logge e sortita con inganni, violenze e tradimenti. Amo l’Italia vera, degli italiani veri, che non devono “essere fatti” ma che ci sono da sempre, e ai quali sono molto più che fiero e felice di appartenere.

Viva l’Italia. Quella vera.

[1] In G. Francocci, La Massoneria nei suoi valori storici e ideali, Bolla, Milano 1950, p. 217.

[2] Si potrebbero riportare veramente innumerevoli citazioni, ma è impossibile. Ne scelgo una per tutte: così sentenzia Leone XIII nell’Enciclica Humanum Genus del 20/IV/1884: «Da questi brevi cenni si scorge abbastanza chiaramente che cos’è e che cosa vuole essere la setta massonica. I suoi dogmi ripugnano tanto e con tanta evidenza alla ragione, che nulla può esservi di più perverso. Voler distruggere la religione e la Chiesa fondata da Dio stesso, e da Lui assicurata di vita immortale, voler dopo ben diciotto secoli risuscitare i costumi e le istituzioni del paganesimo, è insigne follia e sfrontata empietà (…) In questo pazzo e feroce proposito pare quasi potersi riconoscere quell’odio implacabile, quella rabbia di vendetta, che contro Gesù Cristo arde nel cuore di satana».

[3] Scrive Leone XIII sempre nella Humanum Genus: «Varie sono le sètte che, sebbene differenti di nome, di rito, di forma, d’origine, essendo per coincidenza di proposito e per affinità dei sommi princìpi strettamente collegate fra loro, convengono in sostanza con la setta dei frammassoni, quasi centro comune, da cui muovono tutte e a cui tutte ritornano».

[4] Scrive Guénon che la «gnosi è l’essenza e il midollo della massoneria». R. Guénon, Studi sulla Massoneria, (1910), Basaia, Roma 1983, p. 3. Riguardo la diffusione dell’occultismo nella società italiana del XIX secolo, scrive Cecilia Gatto Trocchi a p. 21 della sua opera (Storia esoterica d’Italia, Piemme, Casal Monferrato 2001): «In Italia (…) se il grande filone dell’occultismo prese nuovo vigore attraverso il magnetismo e lo spiritismo, ambedue si inserirono nel libero pensiero anticlericale, laico e massonico. Una parte della cultura massonica potenziò lo spiritismo, l’occultismo e l’immaginario magico». L’autrice prosegue rivelando nelle pagine successive (22-23) che fu Garibaldi che iniziò a Caprera alla Massoneria il padre dell’anarchismo Bakunin, pubblico esaltatore del satanismo, e aggiunge: «In Italia l’occultismo si era inserito con varie articolazioni nel libero pensiero protetto da casa Savoia (…) Nel 1856 nella capitale sabauda venne costituita una società spiritica che aveva fra i suoi appartenenti il vice presidente della Camera dei Deputati, Gaetano De Marchi, scienziati, professionisti ed esponenti di case illustri (…) Successivamente comparvero gli “Annali dello Spiritismo” diretti da Errico Dalmazzo (alias Teofilo Corani) e poi da Vincenzo Scarpa, decorato da Vittorio Emanuele II e diretto collaboratore di Cavour. Lo stesso Cavour che aveva protetto gli spiritisti in vita si manifestò come fantasma in varie occasioni costringendo per esempio Massimo d’Azeglio a faticosi esercizi (…) Garibaldi, che ebbe un ruolo di rilievo nell’esoterismo italiano, si interessò attivamente sia allo spiritismo, sia alla massoneria dei riti [facendosi] nominare Gran Jerofante della massoneria egiziana». La Gatto Trocchi dedica poi il secondo capitolo del suo interessante studio a Mazzini, dimostrando, citazioni del genovese alla mano, la sua fede nella metempsicosi, nelle credenze gnostiche e cabalistiche, la sua amicizia con la nota satanista Blavatsky, e i legami ideali dell’attuale New Age con il pensiero esoterico del genovese. Altri protagonisti di quei giorni che non rimasero estranei a pratiche spiritistiche sono Manzoni, d’Azeglio, Bonghi (ibidem, pp. 37-38), e finanche Vittorio Emanuele II e Umberto I. Cfr. anche: M. Biondi, Tavoli e medium. Storia dello spiritismo in Italia, Gremese, Roma 1988 e P.L. Baima Bollone, La scienza nel mondo degli spiriti, SEI, Torino 1995, pp. 233-234. Nel resto del suo studio, infine, la Gatto Trocchi pone in rilievo gli aspetti preternaturali presenti in Pinocchio e in varie opere del melodramma ottocentesco, e quindi l’interesse per lo spiritismo di uomini (oltre a vari celebri stranieri) come Capuana, Carducci (oltre al suo Inno a Satana), Giovanni Amendola, Pascoli, D’Annunzio, e, persino, nell’insospettabile Benedetto Croce, anche se solo dal punto di vista dell’interesse “scientifico”, naturalmente.

[5] I Papi condannarono anche la Carboneria in quanto tale. Pio VII, il 13 settembre 1821, con la costituzione Ecclesiam a Jesu Christo, dichiarava che essa costituiva l’imitazione, «se non addirittura l’emanazione» della Massoneria già condannata dai suoi predecessori. Poi il 13 marzo 1825, Leone XII ripeteva le medesime condanne con la costituzione Quo graviora, ove specificava che la setta dei carbonari si era assunta «il compito di combattere la religione cattolica e, nell’ordine civile, i legittimi sovrani».

[6] W. Maturi, Partiti politici e correnti di pensiero nel Risorgimento, in in Aa.-Vv., Problemi storici e orientamenti storiografici, a cura di E. Rota, Cavalleri, Como 1942, p. 841.

[7] O. Dito, Massoneria, Carboneria ed altre società segrete nella storia del risorgimento italiano, Torino-Roma, 1905, pp. 68-71. Del resto, Dito nota come la credenza carbonarica in Gesù Cristo non deve meravigliare, in quanto ai tempi del Risorgimento con Cristo si intendeva dire in realtà il Grande Architetto dell’Universo, in quanto anche la Carboneria era naturalista. E aggiunge Pontevia: «Tutti i movimenti insurrezionali d’Italia, tutti gli uomini che con la parola, con l’esempio e spesso col sangue cooperarono a rendere l’Italia una e libera, furono tutti massoni»; la stessa Carboneria era «un’emanazione puramente massonica». A. Pontevia, Cattolicesimo e Massoneria, Atanor, Roma 1948, p. 133 e nota 6 a p. 122.

[8] J. Crétineau-Joly, L’Eglise Romaine en face de la Révolution, Paris, Cercle de la reinessance française, 1976 (rist.); H. Delassus, Il problema dell’ora presente. Antagonismo fra due civiltà. Parte Prima: Guerra alla civiltà cristiana, (I ed. 1904), Roma, Desclée e C., 1907, rist. anast. Piacenza, Cristianità, 1977. Riprendo le prossime notizie da R. de Mattei, Pio IX, Casal Monferrato, Piemme, 2000 pp 23-25.

[9] J. Crétineau-Joly, II, p. 129; H. Delassus, I, p. 595.

[10] R.F. Esposito, La Massoneria e l’Italia dal 1800 ai giorni nostri, Ed. Paoline, Roma 1979, pp. 57-58.

[11] J. Crétineau-Joly, II, pp. 82-83; H. Delassus, I, pp. 585-586.

[12] Scrive l’anticlericale Giuseppe Montanelli a riguardo: «È un libro che farà epoca (…) Quelli che lo addebitano di anticaglia pontificia non hanno inteso che il Papa di Gioberti è tal cosa la quale, quando esistesse, saremmo tutti papalini». Cit. in R. de Mattei, cit., p. 26.

[13] «Fare il prete patriota», ordina il massone Vindice (cfr. H. Delassus, I, p. 244): ecco spiegati Gavazzi, Gioberti, Ventura, Spola, Tazzoli, Bassi, e tanti altri che giunsero a correre appresso a Mazzini dimenticandosi della fede e dei giuramenti della loro gioventù.

[14] Che il voler ostinatamente ridurre l’odio anticattolico della Massoneria a semplice “anticlericalismo” sia cosa del tutto fuorviante, lo dimostra, più di ogni altro ragionamento, la seguente disposizione data a tutte le logge dal Gran Maestro dell’Oriente d’Italia Ludovico Frapolli nel 1867, in occasione della crisi di Mentana seguita al fallito assalto di Garibaldi contro Pio IX: «La Massoneria non ha da occuparsi del potere temporale de’ Papi – poco le cale che vi sia un principe di più o di meno – combatte il Pontefice e non il Papa-Re – questo abbandona al braccio secolare: spetta alla Nazione perennemente tradita il provvedere. Il massone va più in là: lavora a distruggere le credenze assurde che hanno mai sempre appoggiato la tirannia…». In D. Massè, Il caso di coscienza del Risorgimento italiano, Alba, 1946, p. 308.

[15] Traggo le seguenti notizie da G.P. Mattogno, in Aa.-Vv., atti del XXI Convegno Nazionale di Civitella del Tronto. “Dalla Malaunità alla rovina attuale”, 8-9-10 marzo 1991, Firenze 1992, pp. 78-85, ove è presente una vasta bibliografia a sostegno di ogni affermazione.

[16] Samuel Colt, affiliato alla loggia “St. John’s” del Connecticut, inviò 100 fucili di ottima fattura. Cfr. H.R. Marraro, Documenti italiani e americani sulla spedizione garibaldina in Sicilia, in: “Rassegna storia del Risorgimento”, 1957, pp. 12-58.

[17] Garibaldi in persona pronunciò in un incontro pubblico a Londra durante un suo viaggio: «se non fosse stato per il governo inglese, non avrei mai potuto passare lo Stretto di Messina». Citata in P.K. O’ Clery, L’Italia dal Congresso di Parigi a Porta Pia, Roma, 1980, p. 118.

[18] Cfr, G. Di Vita, Finanziamento della spedizione dei Mille, in Aa.-Vv., La liberazione d’Italia nell’opera della massoneria. Atti del Convegno di Torino 24-25 settembre 1988, a cura di A.A. Mola, Bastogi, Foggia 1990, pp. 379-80. L’ipotesi del Di Vita è che tutto quel denaro servisse solo per corrompere i funzionari borbonici. Quel che è certo è che il Nievo scomparve durante una traversata nel Tirreno mentre era ancora in corso la spedizione garibaldina (ma non il “malloppo”, di cui non si sa più nulla): forse sapeva troppe cose? Cfr. anche R. Martucci, L’invenzione dell’Italia unita, Firenze, Sansoni, 1999, pp. 232 e sgg.

[19] È lo stesso Gran Maestro dell’Oriente italiano, Corona, che ricorda ciò nel Convegno di Torino del 24-25 settembre 1988, intitolato La liberazione d’Italia nell’opera della Massoneria, op. cit. Cfr. anche la già citata voce di P. Pirri nell’Enciclopedia Cattolica.

[20] “La Civiltà Cattolica”, 27 aprile 1881, serie XL, vol. VII, fasc. 748, p. 623. Cit. in F.M. Agnoli, L’epoca delle Rivoluzioni. Dalla Rivoluzione americana all’Unità d’Italia, Rimini, Il Cerchio, 1999, p. 67.

[21] L. Settembrini, dall’Epistolario, citato in: A. Omodeo, Difesa del Risorgimento, cit., p. 257.

Un regno giusto è esistito. Quindi è possibile

Oggi la Chiesa commemora un santo straordinario, ancor più straordinario perché nella sua vita fece il “mestiere” più difficile in ordine al diventare santi: il Re.
San Luigi IX, Re di Francia (1214-1270, re dal 1226) fu Re, cavaliere, crociato e santo. Il suo regno è universalmente considerato il migliore che la Francia (ma forse potremmo dire il mondo intero) abbia m…ai avuto, non nel senso della gloria e della conquista, ma nel senso, infinitamente più elevato, del dominio della giustizia e della vera religione.
L’uomo più potente di Francia avrebbe potuto avere tutte le donne che voleva, togliere ai sudditi ciò che desiderava, vivere nel lusso e nella corruzione, come specialmente i suoi discendenti poi faranno. E come stava facendo, a lui contemporaneo, suo cugino Federico II Hohestaufen, Imperatore del Sacro Romano Impero, il quale, fra le altre cose, ebbe una guardia personale di saraceni e un harem privato, mentre condusse per tutta la vita una guerra senza quartiere alla Chiesa e anche alla fede cristiana.
Re Luigi al contrario servì per tutta la vita la Chiesa. Fu santo nella vita personale ed ottimo sovrano: ogni mercoledì riceveva i sudditi, sotto una quercia nel bosco di Vincennes (non lontano da dove quattro secoli dopo un suo discendente costruirà la reggia più bella e più corrotta del mondo), senza distinzione alcuna di rango, cultura e sesso, soccorrendo tutti per quanto possibile e dando sempre la precedenza ai poveri e agli umili (un caso eccezionale di democrazia diretta potremmo dire). Si recava di persona negli ospedali a prendersi cura dei malati e dei poveri, insegnando loro anche ad amare Dio. Serviva Messa ogni mattina della sua vita, e rispettò sempre una rigorosa disciplina interiore ed esteriore (digiuni, penitenze, preghiere, cilici). Pur avendo undici figli, praticò una morale rigidissima anche con la consorte, né mai la tradì.
Mentre Federico era stato scomunicato per aver mancato al suo giuramento crociato, egli partecipò e condusse la sesta e la settima crociata (le ultime prima della caduta di San Giovanni d’Acri), anche se con fallimentari risultati. Nella prima fu fatto prigioniero dai musulmani, che chiesero al Regno di Francia un riscatto favoloso: Luigi prima pretese ed ottenne di stare nelle stesse prigioni (sotterranee, sporche, umide, piene di animali e malattie) con i suoi soldati, senza favoritismi; poi impose a suoi sudditi di non pagare il riscatto, a meno che i musulmani non avessero liberato con lui tutti i prigionieri francesi.
Alla fine l’ebbe vinta, e poté tornare a Parigi con tutti i suoi uomini liberi: facile immaginare l’amore dei sudditi per un tale sovrano.
Inoltre, ebbe anche la grandissima gioia di ottenere la più importante di tutte le reliquie della Cristianità (insieme alla Santa Croce trovata Sant’Elena): la Corona di Spine di Gesù, che egli portò con sé con tutti gli onori a Parigi, ove fece costruire appositamente, in un cortile della Reggia (la Conciergerie), situata di fronte alla cattedrale di Notre-Dame allora in costruzione, una meravigliosa Cappella (la Sainte-Chapelle), a due piani, intarsiata di gemme e diamanti di ogni genere, allo scopo appunto di ospitare la preziosissima reliquia (durante la Rivoluzione Francese, i rivoluzionari giacobini nella loro bestiale lotta contro la religione cristiana distrussero la Corona di Spine e rubarono tutti i gioielli).
Nel 1270, ormai anziano, volle partire per una seconda crociata, per fare un ultimo tentativo di salvare ciò che rimaneva dei territori cristiani d’Oltremare. Purtroppo, giunto in Egitto si ammalò di peste e morì, senza poter far nulla. Con lui moriva per sempre ogni speranza di riconquista della Terra Santa.
Da notare che, mentre la dinastia maledetta degli Hohestaufen si estingueva solo 16 anni dopo la morte di Federico II e in maniera tragica, tutti i discendenti dei figli maschi di Luigi salirono sul Trono di Francia nel corso dei secoli. E infatti, l’ultimo maschio era il conte di Borbone…
Perché questo breve ritratto? Sarebbe facile polemizzare sui pregiudizi antimonarchici che la stragrande maggioranza delle persone (compresi molti cattolici seri) hanno, e quindi sulle simpatie repubblicane nonostante i meravigliosi risultati delle repubbliche odierne, a partire da quella italiana… Sorvoliamo. Ma una cosa va detta: nel tristissimo e devastante marasma politico e istituzione in cui viviamo, si può cadere facilmente nella tentazione di credere che le cose debbano per forza andare in questo modo, più o meno. E invece no: “un altro mondo è possibile”, un’altra politica è realmente esistita, dei sovrani veramente cattolici e giusti vi sono stati e hanno regnato, e sudditi felici li possiamo trovare nella storia.
Un altro cugino di san Luigi di Francia si chiamava Tommaso d’Aquino! E fu spesso ospite a corte, quando insegnava alla Sorbona, l’università di Parigi voluta e permessa da san Luigi stesso. E c’è da pensare che l’ideale di principe descritto nelle sua opere dal Dottore Angelico, così come il suo insegnamento sulla monarchia come migliore forma di governo per la comunità umana, trovassero nel suo regale cugino incarnazione vivente da cui trarre esempio.
È possibile avere sovrani santi. È possibile avere un regno cattolico, una politica giusta. E questo deve essere una grande e invincibile speranza per tutti noi, immersi nelle tenebre più cupe: Dio non abbandona i suoi fedeli, e prima o poi un nuovo Luigi verrà. Se sappiamo attenderlo e, soprattutto, preparargli la via ogni giorno della nostra vita.

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