Morale

cristo-re-1.jpg 

Sacrifici umani e nuove frontiere

Il Ministro degli Interni francese qualche tempo fa sentenziò pubblicamente, in piena coerenza con tutta la storia francese degli ultimi 250 anni, che i bambini appartengono non ai genitori ma allo Stato. Coerentemente, lo Stato francese ora vuole condannare a morte una piccina sotto cure intensive, anche se i genitori si oppongono perché vogliono che invece viva. Ciò è normale: i genitori amano la loro piccina, lo Stato idolatra la propria collettività e in tal senso odia ogni individualità che vi si possa opporre, in particolare gli essere umani più indifesi.

Ma tale spiegazione non basta ancora. Lo Stato, nella concretezza effettuale, sono le persone che hanno potere. Queste persone odiano perché sono votate al male, sono serve del Male e si sono rese schiave dell’ideologia del male, sotto le sue più svariate forme di manifestazione, di cui lo statalismo è solo una tra tante. In questo momento, in Francia come in Italia o in Svizzera o in Belgio o nel mondo specialmente “occidentale”, meglio dire “liberale”, queste forze del male hanno scatenato la guerra sul fronte dell’eutanasia. Ovvero, ciò che nessuno capisce, sul ritorno ai sacrifici umani.

La tattica è sempre la stessa. Lutero per distruggere la Chiesa denunciò la corruzione – vera, presunta e falsa – del clero romano. Robespierre e soci lottavano contro le ingiustizie dell’Antico Regime per massacrare 500.000 persone e introdurre la sovversione nel mondo intero. Marx per introdurre l’inferno in terra ci ha deliziato con la caterva di ingiustizie sociali da correggere anche con la violenza. Freud e soci per schiavizzare l’uomo nella brutalità sessuale ha dichiarato di volerlo liberare dai complessi. E si può continuare a lungo ma non serve, il meccanismo è evidente: si prende a pretesto una distorsione o deviazione del bene – se c’è, altrimenti la si inventa senza troppi problemi – come scusante dell’azione repressiva, per poi far passare il principio che l’abuso deve togliere l’uso, ovvero per far diventare normale, e quindi legale, ciò che è a-normale, a-morale, illegale.

Ed ecco il dj che non ce la fa più, ora la bambina che soffre per colpa dei genitori (i cattivi, mentre lo Stato, buono, si prende cura dei suoi “cittadini”), prima ancora, non dimentichiamo, una ragazza Eluana, che non soffriva affatto, ma è stata condannata a morte del Presidente della Repubblica Italiana e della magistratura per non far soffrire il padre, che si era stufato dopo tanti anni di vegliare sulla figlia che, peraltro, non dava alcun fastidio materiale.

Ma i casi sono tanti e tutti pietosi. Ed ecco bella che giustificata – con il contributo totalitario dei mass-media scatenati come un immenso esercito in battaglia, con quello delle marionette del mondo dello spettacolo e con quello meno scontato ma oggi del tutto scontato di prelati d’assalto e à la page – l’eutanasia. Ovvero, come detto, il ritorno dei sacrifici umani alle divinità infere. E questa mia affermazione non scandalizzi e non susciti ironia: perché di questo si tratta, e la riprova risiede – oltre che nel suddetto scatenamento totale per ottenere il lavaggio del cervello collettivo di chi non pensa o pensa di essere furbo mentre è solo uno stupido suicida – proprio nel fatto che ormai non se ne parla più solo per i vecchi, come avveniva nel passato, ma anche per i giovani e per i bambini, i più graditi alle divinità infere. Anzi, dei vecchi quasi ci si è dimenticati: se vanno eliminati, è perché magari così si rendono più disponibili le risorse previdenziali per altri scopi. Invece, da sempre, sono stati i giovani e i bambini a essere sacrificati, in tutte le società che praticavano i sacrifici umani. E questo sta accadendo oggi, guarda caso.

L’unica differenza con il passato consiste nel fatto che mentre prima i sacrifici si facevano e basta senza dover dare spiegazioni, oggi, dopo secoli di cristianesimo e civilizzazione, occorre – ancora per il momento almeno – trovare l’usuale pretesto di cui sopra. Sia quello di natura emotiva per ubriacare il popolo beota, sia quello di natura più ideologico-politica per i “dotti”: vedi ministro degli Interni francese.

Media e spettacolo servono – come accaduto sempre in questi ultimi sessant’anni (vedi divorzio, aborto, nuovo diritto di famiglia, droga “leggera”, omosessualismo, genderismo, e già si parla di pedofilismo “pacifico”, bestialità e chi più ne ha più ne metta, senza dimenticare l’immigrazionismo di massa) a schiavizzare le famose “masse”. Il mondo della politica e della cultura a piegare chi pensa (oggi anche coadiuvati da parte del mondo ecclesiastico). E per chi non si piega ovviamente arriva la magistratura. E così, il gioco è fatto: è solo questione di tempo, come accaduto per tutte le “conquiste civili” dei decenni e secoli precedenti.

Solo chi pensa – ma purtroppo stiamo parlando della quasi totalità delle persone, comprese quelle che hanno giuste idee – che quanto sta accadendo è frutto di errori di alcune persone confuse o cattive non arriva a capire il processo storico e metastorico che sottende tutto quanto stiamo vivendo oggi, un processo plurisecolare che parte dall’umanesimo e da Lutero per arrivare, tramite tappe fondamentali, a oggi. E, non capendo questo, non coglie chi sta dietro questo processo. E non cogliendo chi sta dietro questo processo non capisce la necessità del ritorno ai sacrifici umani. Così come non capisce perché si stia affermando il gender o qualsiasi altri dei fenomeni su citati e di tutti gli altri non citati.

Questo processo – che negli ultimi decenni, e quindi negli ultimissimi anni, con la fine della presenza del kathèkon, è divenuto incontenibile e sta raggiungendo velocità prima inconcepibili – non è ancora finito. Disilludetevi. Il fondo non è ancora toccato, manca molto anzi, e solo chi capisce – per tornare a quanto si diceva prima – chi sia l’intelligenza che tutto muove riesce a intravedere quale sarà la meta finale.

Questa “marcia trionfale” del male, che travolge ogni ordine morale, politico e sociale, ogni legame con la vera Fede e vuole sovvertire, rivoluzionare, perfino l’uomo stesso, non trova ormai più ostacoli seri ed è anche per questo che stravince ovunque. La politica è completamente asservita, nel mondo liberale oggi ancor più che in quello socialista o ex tale. La magistratura non ne parliamo proprio. Media e spettacolo sono la sua cavalleria di sfondamento. Intellettuali e scienziati sono venduti nella quasi totalità. E perfino la cavalleria “nemica” oggi si sta schierando con il male. Tutto e tutti sono asserviti ai signori che guidano la marcia, che sono – non in ultimo stadio, sia chiaro, ma almeno ad alto livello – i padroni della finanza mondiale, gli inventori del debito pubblico con cui ricattano l’intero sistema planetario che essi stessi hanno costruito.

L’unica resistenza sono le brave persone che capiscono, almeno in parte, e trovano forza e coraggio di impegnarsi. Ma sono quasi senza mezzi economici per poter opporre una seria resistenza. Ma non è questo il peggiore dei limiti: il peggiore dei mali è che sono irrimediabilmente divisi, per ragioni di egoismo e protagonismo individualistico ancor prima che per motivi ideologici (che pur esistono). E, come ha scritto Tolkien, non esiste prova più grande del potere dell’Oscuro Signore della divisione dei buoni.

Dinanzi a una società che propugna – e in maniera sempre più totalitaria e opprimente – la genderizzazione della gioventù, l’uccisione degli innocenti, la miseria delle masse che diventano così sempre più schiave e manovrabili e la distruzione delle patrie, delle identità culturali ed etniche, e dinanzi al fatto che siamo sempre più soli, abbandonanti anzitutto da chi per primo dovrebbe essere alla nostra guida, sarebbe forse giunto il momento di comprendere a fondo l’estrema necessità di superare divisioni, protagonismo e individualismi per ricercare l’unità di lotta. Dinanzi alla legalizzazione dell’uccisione dei bambini – come dei vecchi e dei malati, che precorre quella di ognuno di noi in qualsiasi momento – bisognerebbe forse aprire gli occhi, disincantare le coscienze e divenire pronti al sacrificio della lotta, come tante volte nel passato i nostri antenati sono stati pronti a fare per garantire ai loro figli, e a tutti noi, la libertà e la vita. Anche in Francia. Soprattutto in Francia. E in ogni parte dell’Europa occidentale.

Hannibal ad portas, signori. Che si fa? Ci si muove o si muore?

Ora che ho scritto di Hannibal, mi è venuto in mente il film Hannibal the cannibal… Qualcuno si chiederà cosa c’entri con questo discorso. Beh, chi se lo chiede… non ha ancora capito…

Il leviatano

Uno degli errori più usuali e diffusi oggi, quando si giudicano i mali del presente, è quello di pensare ogni singolo problema come a se stante, come un evento dissociato da altri, non solo da altri di altro genere, ma perfino da quelli dello stesso genere che lo hanno preceduto o che ne sono conseguenza.

Così, ad esempio, pochi ritengono, o pensano, che la legalizzazione dell’aborto possa essere connessa con l’affermazione del femminismo, che a sua volta è conseguenza dell’affermazione della società dei diritti umani, a sua volta figlia dell’affermazione dei principi della Rivoluzione Francese, la cui causa ideale risiede senz’altro nella propagazione nei ceti dirigenti del XVIII secolo delle teorie illuministiche, figlie a loro volta del razionalismo, empirismo e scetticismo secentesco da un lato e della Rivoluzione protestante dall’altro, conseguenza, insieme alla rivoluzione scientifica dei secoli XVI e XVII, della grande rivoluzione culturale dell’umanesimo del XV secolo, che pose fine di fatto alla struttura ideale e culturale che aveva dominato l’uomo del Medioevo.

E così, in poche righe, con un salto a ritroso di cinque secoli e oltre, siamo risaliti dalla legalizzazione dell’aborto all’umanesimo, e certamente ora qualche lettore starà sorridendo ironicamente e scuotendo la testa. Ma, in realtà, se potessimo avere a disposizione molto più spazio e tempo, sarebbe non troppo difficile dimostrare il peso cogente del rapporto causa-effetto di quanto sopra affermato solo in linea generalissima. E, comunque, al lettore più sereno e attento non può sfuggire la logicità sia storica che ideologica di ogni singolo rapporto causa-effetto nei passaggi sopra elencati.

Abbiamo scelto l’esempio dell’aborto. Avremmo potuto scegliere quello dell’omosessualismo o cambiare completamente genere, e magari parlare, anziché di morale o bioetica, di politica o di economia. E magari scoprire che le affermazioni dell’aborto e di qualsiasi altra “innovazione” a-morale avvenuta negli ultimi decenni, proprio in quanto conseguenza di eventi e ideologie del passato secondo un processo di causa-effetto che regola il corso del divenire degli eventi umani e sociali, sono connesse anche con fenomeni per l’appunto politici o economici. Quanto peso ha avuto, tanto per fare un esempio fra tanti, nell’affermazione nella società italiana – ovvero nella società più cattolica al mondo fino ancora al XIX secolo, sede fisica della Chiesa di Cristo – di ciascuna delle “innovazioni” a-morali di cui sopra quel fenomeno storico che si è imposto proprio in quel secolo e che va sotto il nome di Risorgimento, fenomeno che sotto la maschera dell’unificazione politica degli Stati preunitari aveva in realtà la faccia vera della scristianizzazione della società italiana? Siamo certi che l’affermazione dei travolgenti successi laicisti degli ultimi decenni non sia debitrice anche all’opera di scristianizzazione portata avanti dai protagonisti del Risorgimento?

Oppure, siamo certi che – per passare al campo economico – dietro tutto questo motore di dissoluzione di ogni valore tradizionale non vi sia anche la benzina dell’alta finanza?

Potremmo continuare a lungo con gli esempi, ma non serve. È chiaro a chi non si voglia accecare volontariamente che l’affermazione di un fenomeno dissolutorio in una società un tempo profondamente cattolica come quella italiana non può avvenire “per caso”, per “sfortuna” (come fosse un terremoto, una pestilenza, che colpisce senza preavviso), per ragioni peculiari e sciolte da ogni altra connessione storica e ideologica con il passato di questa società.

Eppure vi è chi, anche nel mondo più sensibili alle problematiche morali e bioetiche, addirittura non solo non coglie i nessi tra i vari campi dell’evoluzione della società umana, ma nemmeno quelli all’interno di uno stesso genere. Per cui, vi è gente che non accetta l’evidenza banalmente intuitiva di una realtà come il fatto che il divorzio era propedeutico all’aborto (esattamente il contrario di quanto sosteneva chi, nei giorni del referendum, andava dicendo che occorreva cedere al divorzio per poi tener duro sull’aborto…), che a sua volta era propedeutico all’eutanasia, e che tutto il procedimento è propedeutico a ogni altra innovazione dissolutoria susseguente. Se non si capisce o accetta questa banalissima evidenza della realtà, si rimane nell’errore di interpretazione, e si fa il gioco della dissoluzione.

Non è certo casuale che uno dei primi provvedimenti presi dall’Assemblea Nazionale Costituente durante la Rivoluzione Francese, fra altri di natura religiosa, politica ed economica sicuramente più cogenti in quei fatidici giorni, fu l’introduzione del divorzio. Così come non è un caso che già nelle sette eretiche e gnostiche del XVII secolo (o, volendo, anche in alcune di quelle medievali), si praticasse l’aborto libero e si proclamasse il libero amore. Così come non può essere un caso il fatto che nel mondo socialista e anarchico del XIX secolo (nonché in quello spiritista, inimmaginabilmente diffuso), e in quello delle suffragette di fine-inizio secolo, si portassero avanti aspettative come il divorzio e il libero amore di gruppo. Così come certo non è un caso che tali istanze le ritroviamo nel mondo intellettuale del comunismo mondiale o che ritroviamo l’eutanasia e l’eugenetica nel nazional-socialismo.

Abbiamo cognizione di cosa era la società italiana ancora solo fino agli anni Cinquanta? Essendo ormai un ricordo effettivo solo per le persone avanti con l’età, per tutti gli altri può valere l’esempio del cinema italiano di quegli anni (oltre che della letteratura, ovviamente, per chi legge). Anche dei film più divertenti, ma non per questo meno esemplificativi: tutti ricordiamo l’Italia di De Sica in Pane, amore e fantasia, o l’Italia di Sordi nel Vigile o in qualsiasi altro dei suoi film di quel tempo, o l’Italia di Totò e Peppino, o, meglio di tutti, l’Italia di Guareschi nel paese di Brescello… Un’Italia ancora povera ma ricca di senso dell’onore e della tradizione, che voleva vivere la vita ma che al contempo non aveva ancora spezzato il legame con il suo Dio e la sua Chiesa, con il suo passato e i suoi valori radicati nei secoli.

Se in Italia in pochi decenni, dagli anni Sessanta a oggi, si è affermata – con le varie armi utilizzate secondo ogni occasione: propaganda di massa, voto popolare, azioni legislative, pressione mediatica – la sconcezza dei vestiti, i modi sfrenati dei giovani (e oggi ovviamente anche degli ex giovani), la droga in ogni settore della società, a partire dalla scuola, la contraccezione, la pornografia, il divorzio, l’aborto, l’eutanasia, la fecondazione artificiale con tutti i risvolti disumani e a volte mostruosi che essa comporta come una piovra con tante braccia, l’eugenetica, l’omosessualismo ideologico e aggressivo, l’affidamento dei bambini a coppie omosessuali, e ora il gender con la sua follia oltre ogni limite di immaginazione solo poco tempo fa, e già si parla di poligamia, poliamore, fino ad arrivare alle più impensate perversioni (chi scrive è convinto che non ci si fermerà fino all’affermazione del diritto all’antropofagia e forse peggio ancora); se in pochi decenni si è potuto rivoltare un Paese come l’Italia di don Camillo e Peppone e farla divenire l’Italia di Umberto Veronesi, di Cecchi Paone o di Luxuria, sconvolgendo completamente la mentalità più profonda, finanche nei campi più preziosi della vita personale, questo non può essere dovuto al caso, come si trattasse, come dicevamo poc’anzi, di un terremoto. È sì un terremoto, terremoto devastante e apparentemente incontenibile, ma è un terremoto pensato, voluto, programmato, perpetrato, con una crescente capacità di dissoluzione. Non altrimenti può spiegarsi tutto quanto è avvenuto finora e sta avvenendo sotto i nostri occhi giorno dopo giorno, in questo generale precipitare verso la follia e il suicidio di un’intera società e civiltà.

Non può essere dovuto al caso il fatto che tutti i politici italiani, dagli anni Settanta in poi, almeno quelli con effettivo potere decisionale, si sono sempre schierati a favore di questo immenso rovinoso tzunami distruttore di ogni norma morale, divina e umana, naturale e perfino artificiale, ormai; non può essere un caso se tutto il mondo mediatico, specie quello che maggiormente appare sui giornali e in televisione, quello che vince i premi letterari e assurge alle cariche dirigenziali degli stessi media, si è sempre schierato massicciamente dalla parte dello tzunami; non può essere un caso che tutti coloro che purtroppo, a causa della insostenibile leggerezza dell’intelligenza collettiva, sono seguiti come “miti” o “divi” da milioni di poveri italiani, ovvero attori, attrici, cantanti, rockettari, pupazzi ammaestrati, calciatori, sportivi, ecc. ecc., sono tutti schierati, specie quelli che hanno più seguito e successo, dalla parte dello tzunami.

Non può essere un caso che questo tzunami vince sempre o quasi, e vince pure quando perde, come nel caso della Legge 40, per il quale il popolo dice una cosa ma la magistratura, qualche anno dopo, modifica la volontà popolare a suo piacimento.

Non può essere un caso che governanti, politici, magistrati, esponenti della finanza, direttori dei talk show televisivi e dei telegiornali in genere, dei grandi giornali che fanno opinione, delle televisioni, del cinema, del mondo della musica, del mondo dello sport, della cultura, i vincitori dei premi di qualsiasi natura, chiunque faccia “tendenza” sia sempre e comunque dalla parte dello tzunami. Non può essere un caso.

Questo terremoto è frutto di una volontà potente, potentissima, di sovversione generale dell’intera umanità, dell’ordine naturale stesso su cui si è sempre fondata ogni società umana in ogni tempo e luogo. Questa volontà potentissima, questa forza anticristiana e antiumana e antinaturale ha raggiunto oggi, tramite il controllo della finanza mondiale e di tutti i governi occidentali e il controllo pressoché assoluto dei media e del mondo dello spettacolo, ma soprattutto tramite il controllo della quasi totalità dei grandi esponenti della scienza e della medicina odierni, un potere immenso, leviatanesco, al punto tale che, con una velocità sempre più incontenibile, propone a raffica, o meglio, impone, senza neanche dare più il tempo – come avveniva nel passato – ai popoli e ai loro governi di “digerire”, le novità, i folli cambiamenti che si susseguono uno dopo l’altro, senza fine, in un abisso di follia e immoralità inimmaginabile solo ai tempi dei nostri nonni.

E lo fa appoggiandosi anche a un’altra arma micidiale, forse la più potente che ha nelle proprie mani: il consenso indiretto delle popolazioni. Consenso non tanto alle singole follie dissolutorie (chi affiderebbe mai i propri figli a omosessuali o a coppie plurime “unite” dal mito del “poliamore”, solo per fare un esempio?), ma consenso indiretto al mainstream generale della società, consenso suicida eppure perpetrato dalla stragrande maggioranza delle persone, magari solo con il proprio silenzio, con il proprio menefreghismo, con il proprio vivere solo per la ricerca del piacere personale o per risolvere i propri problemi quotidiani.

Questo atteggiamento passivo, il più delle volte arricchito anche dalla volontà di non voler apparire “differenti” da tutti gli altri, dalla volontà di non “rompere le scatole” alla società circostante, dalla volontà di essere “aperti al progresso” e “tolleranti”, di apparire “alla moda”, è il vero asso nella manica del Leviatano di cui dicevamo sopra. Non si pensa più che il mondo si sta suicidando, che la società sta precipitando in una dissoluzione collettiva come mai prima era avvenuto in nessun tempo e luogo (per fare un esempio banale: a Sodoma e Gomorra si praticava l’omosessualità sfrenata e senza riguardi per nessuno, ma non si vantavano diritti sull’adozione genitoriale di bambini, non si parlava di “poliamore” o “gender”… tanto per fare un esempio…); ci si lascia vivere disinteressandosi irresponsabilmente del futuro dei propri figli, nipoti, pronipoti.

Anzi, chi scrive crede che anche la recente e attuale crisi economica sia stata artatamente creata proprio per “distrarre” decine di milioni di persone, costrette ad arrancare quotidianamente, dalla ulteriore preoccupazione dei cambiamenti morali e bioetici imposti da questa società (per non parlare anche di altri aspetti, come l’immigrazionismo, l’aggressività dell’islamismo, ecc.,), oltre che per altre ragioni di altra natura.

Tutto insomma sembra essere perfettamente organizzato, studiato e realizzato secondo un immenso secolare piano di sovversione mondiale. E il silenzio dei buoni è la prima arma su cui si fonda l’azione di chi porta avanti, nei più svariati livelli, questo piano. Ma grazie a Dio non tutti stanno zitti. Grazie a Dio vi sono persone, per quanto anch’esse travolte dai problemi quotidiani che non mancano mai, aggravati ancor più in questi giorni di crisi nera, che non chinano la testa nel silenzio e nella complicità per pensare solo a se stessi o magari per essere alla moda e non apparire guastafeste (o per fare carriera). Grazie a Dio esiste sempre la speranza. E ogni azione di resistenza, dall’articolo alla conferenza, dall’associazionismo all’editoria, dai grandi raduni popolari alle iniziative legislative e politiche, diviene un sassolino nell’ingranaggio del Leviatano, e più sassolini possono far saltare le più mostruose costruzioni, come la storia ci insegna bene. Anzi, più queste costruzioni sono mostruose e mastodontiche, più il sassolino diventa pericoloso.

Non solo le grandi adunate popolari che ogni tanto il mondo dei difensori del Bene e dell’ordine naturale riesce a organizzare in Italia, ma anche le molteplici e più semplici, ma non per questo meno importanti, occasioni di convegnistica e pubblicistica costituiscono degli importanti sassolini. Ed è nostro scopo e dovere moltiplicare il più possibile il numero e la forma di questi fastidiosi sassolini, fino a quando, con l’aiuto di Dio, il Leviatano crollerà miseramente e tutti gli uomini – e anzitutto i più deboli, vittime designate del potere infernale del Leviatano: i malati, gli anziani e i bambini – potranno tornare a vivere nel sole meraviglioso della bellezza di una vita ordinata a Dio secondo le leggi della natura e dell’amore fraterno, in una società rifondata sulla famiglia naturale consacrata dal sacramento del matrimonio cristiano, che rispetta la vita dal concepimento alla sua fine naturale e ripudia ogni forma di disordine morale e naturale.

L’abisso dell’odio egualitario (26 maggio 2011)

Una notizia sconvolgente, ma allo stesso tempo pienamente rispondente ai tempi che ci troviamo a vivere. Un vero “segno dei tempi”, per usare un’espressione della più utilizzata terminologia ecclesiastica degli ultimi decenni.

I fatti in breve, poi l’amarissima riflessione. Due genitori canadesi, dai nomi propri normali, hanno chiamato i loro due figli Jazz e Kio, e questo non per seguire le attuali mode folli (attori e vip di ogni sorta) di dare nomi idioti ai propri figli, ma per una ragione ben più profonda e ideologica: i loro bambini non devono avere nomi maschili e femminili, in quanto questa – quella del maschio e della femmina, dell’uomo e della donna – è l’ultima grande barriera da abbattere nel cammino dell’umanità verso l’uguaglianza assoluta.

Faccio presente che qui siamo ben oltre le solite idiozie femministiche contro la disuguaglianza sessuale intesa in senso “classico”, cioè contro il cosiddetto maschilismo. Qui si tratta di un salto qualitativo impressionante: il problema non è quello di rimediare alla disuguaglianza fra uomo e donna nelle sue plurime espressioni religiose, culturali e sociali, ma quello di distruggere la disuguaglianza fra uomo e donna tout court, nel senso che non devono più esistere né uomo né donna, ma un solo unico sesso, senza più distinzioni di alcun genere, a partire dal nome (e giù a scendere, per arrivare ai vestiti, al cibo, ai giochi, ecc.).

È il mito dell’androgino, ripreso dalle sette massoniche più radicali e riproposto “qua e là” dai movimenti più esoterici e sovversivi della (post)modernità.

Se qualcuno pensa che stiamo esagerando, la riprova viene dalla ulteriore scelta dei due meravigliosi genitori: alla notizia dell’arrivo di un terzo figlio, hanno deciso che mai, in alcun modo, di costui si dovrà conoscere il sesso (nemmeno lui, il nascituro, dovrà conoscere il fatto che ha un sesso differente da quello di circa l’altra metà dell’umanità). Tutto sarà fatto in modo (non ci chiedete come…) tale che, durante la sua crescita egli, e tutti coloro con cui verrà in contatto, mai potranno capire il suo sesso vero.

Solo gli ingenui e i superficiali possono sorridere di questo fatto, possono presentarlo come un’astrusità di due originali bontemponi. I due genitori non sono affatto dei bontemponi o degli originali. Sono in realtà due coerentissimi e radicali sostenitori delle ultime conseguenze del processo egualitarista rivoluzionario e anarchico. L’egualitarismo assoluto è il senso, la molla e il fine stesso, del processo rivoluzionario sovversivo che da secoli sta trasformando la società occidentale, quella che un tempo era la civiltà cristiana.

L’egualitarismo economico, quello tipico del socialismo prima e del marxismo poi, è solo il primo stadio: se ci si pensa bene, nessuno può realmente credere che l’infelicità degli uomini dipenda solo da fattori economici di disuguaglianza e ingiustizia. Già Rousseau ci avvisava che il vero egualitarismo non è tanto quello economico, ma soprattutto e anzitutto quello politico (e infatti propone l’utopia totalitaria della volontà generale come soluzione); uno dei punti più deboli della struttura rivoluzionaria marxista è quello di pensare che si arriverà alla fine dei contrasti fra gli uomini (e quindi alla fine della necessità dello Stato e alla realizzazione dell’anarchia e della felicità comune) abolendo la proprietà privata e ogni forma di differenza economico-sociale. Marx e seguaci dimenticano che le prime e più immediate ragioni di “invidia” sociale non sono quelle economiche, sono quelle fisiche (chi è bello e chi è brutto, chi è sano e atletico e chi invece è malato o debole, chi è intelligente e chi meno e chi è stupido, ecc.), e quelle fisiche non possono essere eliminate in alcun modo (che facciamo, sfregiamo i belli, tagliamo le gambe agli alti, facciamo ammalare i sani?). Non si pensi che stiamo esagerando: solo per fare due esempi, durante la Rivoluzione Francese, il giacobino “arrabbiato” Hebert propose seriamente alla Convenzione di abbattere tutti i campanili di Francia, perché, svettando con la loro altezza, erano contrari al principio di uguaglianza… E, ben più drammaticamente, Pol Pot in Cambogia arrivò a uccidere, nella sua follia criminale, chi portava gli occhiali, per il solo fatto che il portare gli occhiali era dimostrazione di sapere leggere e quindi di essere contro il principio dell’uguaglianza assoluta.

È una tipica ingenua disfunzione marxista quella di ridurre i problemi dell’uomo al suo stomaco insoddisfatto. I veri rivoluzionari, le menti della sovversione anarchica dell’umanità, sanno bene che l’uomo non si può ridurre a uno stomaco e che l’uguaglianza economica è il preambolo necessario ma pienamente transitorio del radicale processo di egualitarismo universale. E infatti, negli ultimi 200 anni, e in particolare nel Novecento, le teorie egualitarie sono andate ben oltre il banale economicismo marxista, portando avanti le più radicali teorie della massoneria più esoterica: quella della distruzione definitiva di ogni pur lieve forma di differenziazione in ogni ambito dell’uomo e dell’universo.

Niente più differenza di religioni (un “credo” universale di chiara marca ecumenistico-newagista, ottimistico e salutista per tutti); niente più differenza di razze (il famoso “melting-pot”, oggi sostenuto facilmente dall’immigrazionismo di massa: il termine stesso di “razza” ormai suona in maniera negativa, come se le razze, come qualsiasi altra cosa e diversità di questo mondo, non le avesse create Dio stesso); niente più Stati e patrie (la repubblica universale, mito portante della massoneria illuminista); niente più differenze di classe, differenze organiche societarie, differenze all’interno delle istituzioni, all’interno della famiglia. Soprattutto, dopo il ‘68 e con l’affermazione dell’ideologia ecologista e animalista, si è giunti a teorizzare l’egualitarismo non solo fra tutti gli uomini, ma anche fra i generi (uomini e animali: si parte con i diritti degli animali per arrivare, un giorno, alla perfetta identificazione dell’animale con l’uomo; uomini, animali e piante: l’ecologismo estremo di un Peter Singer, ideologo di grido dell’egualitarismo dei vegetali con gli animali e con gli uomini, fautore quindi del divieto non solo di mangiare animali, ma anche i vegetali…). Queste non sono mie fantasie, esistono libri, discorsi pubblici, atti di convegni, manifesti politici, che dimostrano l’esistenza di tali progetti politici finalizzati alla creazione di un mondo totalmente egualitario.

Il discorso è lunghissimo e di una gravità devastante, come chiunque può capire. Ma ora forse, già con queste poche note, può apparire più chiaro il senso della follia ideologica dei nostri due genitori canadesi: essi, tutt’altro che svampiti bontemponi, sono dei lucidissimi rivoluzionari, che stanno tentando, pionieri della più profonda di tutte le sovversioni, di realizzare l’utopia della distruzione della prima e più indistruttibile di tutte le differenze: quella sessuale («Maschio e femmina li creò»… Genesi, 1,27).

Come detto, non si tratta di femminismo, neanche più di omosessualismo; nemmeno di “genderismo” (la teoria del “gender”, per cui esistono 5, 10, l’ultima che ho sentito, 25, sessi…). È il contrario: non esiste sesso.

È l’urlo finale e più pazzesco della ribellione contro l’ordine del creato.

Il loro terzo figlio non deve conoscere il suo sesso. Questo va oltre il “sessismo”. È il “non serviam” della bioetica.

E poco importa che sia impossibile da attuare. Il presupposto di ogni utopismo ideologico è proprio il superamento dell’ovvio evidente problema della impossibilità di quanto si predica giusto. Quando chiesero a J.J. Rousseau se egli veramente pensasse che fosse esistito uno “stato di natura” in cui l’uomo, senza peccato originale e quindi naturalmente buono, fosse vissuto felice, egli rispose semplicemente: “non mi interessa se vi sia mai stato nella realtà. Dico solo che questo è ciò che sarebbe giusto essere stato”. E quando gli fecero notare che la sua volontà generale (tutti d’accordo su tutto in ogni cosa) è semplicemente impossibile, a meno che non si cada in una spaventosa dittatura che tutti obbliga a un pensiero unico generale, egli rispose che ciò non gli interessava, l’importante era che lo si pensasse giusto e attuabile.

È l’utopismo totalitario su cui si fonda ogni futuro radicale sovvertimento dell’ordine del creato. Non importa come si farà a far sì che quel bambino non si accorga che esistono due sessi. Importa che qualcuno inizi a pensare che ciò sia giusto e possibile. Tutto il resto, poi, verrà da sé con il tempo. L’uomo, infatti, si abitua a tutto. E purtroppo, i nostri giorni, ne sono la più tragica ed evidente dimostrazione.

Dai diritti dell’uomo si è passati, per il verso verticale, ai diritti degli animali e delle piante, e, per quello orizzontale, ai diritti della donna (vale a dire, ai “diritti” della donna nei confronti del marito e dei figli stessi = aborto); dai diritti della donna ai diritti dell’omosessuale (“matrimonio”, adozione dei bambini, diritto alla casa per le coppie gay, ecc.); dai diritti degli omosessuali ai diritti di “gender” (ogni modo di relazione sessuale diventa un “diritto”); ora ai diritti di non avere sesso, cioè non solo di modificare il piano divino del creato, ma di negarlo in radice. Lo scopo concreto di tutto questo? È, come detto, dinanzi ai nostri occhi: è un cammino graduale, secolare, ma inesorabile, ove ognuno a suo tempo e luogo (rivoluzionari di professione, suffraggette, circoli omosessualisti, transessualisti, coppia canadese, ecc.) fa la sua parte al momento opportuno.

E, prima o poi, si trova anche una ministra che si batte per questi diritti… e magari pure in un governo di centro-destra. E nessuno fa nulla.

Ecco il senso di tutto questo. E noi, possiamo continuare a rimanere spettatori inerti?

La “genitorialità”, Platone e la nuova morale (14 marzo 2014)

«Mentre l’opinione pubblica è concentrata sulle contrastanti notizie provenienti dalla politica e dall’antipolitica, si stanno realizzando, per quanto riguarda i rapporti privati, riforme di forte incisività. Si tratta di portare a compimento il Nuovo diritto di famiglia, varato nel 1975, che un legislatore definì allora: “Una legge di oggi che diventerà la morale di domani”».

Questo è l’incipit di un breve ma denso e importantissimo articolo di Silvia Vegetti Finzi (CdS, 15/12/2013, p. 37) intitolato “Addio per legge al padre padrone. I figli sono di chi li cresce e li educa”.

L’articolo è passato in realtà abbastanza inosservato anche negli ambienti cattolici sensibili ai problemi familiari e bioetici. E invece merita la massima attenzione, veramente una sorta di attenta esegesi che va ben al di là della semplice questione dei figli nati fuori dal matrimonio o anche di quella del cosiddetto “padre padrone”.

L’autrice ci palesa in poche righe una delle più grandi, devastanti e profonde rivoluzioni in atto sotto i nostri occhi, destinata a sovvertire per sempre l’ordine naturale del creato, creando a sua volta “la morale di domani”, per l’appunto. Come vedremo ora, non è neanche più questione di educarci al “sesso libero” in sé, o al gusto del rapporto con lo stesso sesso, con i bambini o magari con le bestie.

Qui si va oltre, è in gioco qualcosa che va al di là della morale per incidere direttamente sul DNA del creato stesso, se così si può dire: è in gioco il concetto di genitore e figlio, la “genitorialità”, per usare un termine rivoluzionario.

Anzitutto è da sottolineare proprio la prima riga dell’articolo. La Vegetti Finzi ci palesa la prima grande verità preliminare: mentre tutti pensano alle pur importanti e in certi casi imprescindibili questioni economiche (o magari alla legge elettorale), “altri” stanno pensando a “transustanziare” la famiglia stessa e il mondo in cui dovranno vivere i nostri figli. E in che maniera? Procedendo «attraverso mutamenti lessicali destinati a provocare mutamenti reali su nostro modo di vivere insieme e sulla costruzione dell’identità personale». Ecco perché niente più figli “legittimi”, “naturali”, “adottivi”: queste parole saranno cancellate perché deve essere cancellato il significato stesso che sottintendono, il mondo che sottintendono, la morale che le presuppone, in quanto ora la “genitorialità” si fonderà «sulla responsabilità piuttosto che sul potere». E sul sangue, aggiungiamo noi. I figli non appartengono più a chi li mette al mondo, ma «a chi li riconosce, li cresce e li educa adeguatamente».

Da anni, decenni, chi scrive aveva sempre pensato che dietro i sempre più numerosi casi di esproprio da parte dello Stato dei figli a genitori violenti o disumani (o presentati tali) si celasse la volontà di distruzione della famiglia. Oggi ci siamo arrivati e la maschera sta per essere gettata: «tutti hanno diritto ai medesimi rapporti di parentela» e «poiché la famiglia è un sistema, nulla sarà come prima» e si arriverà infine appunto «a un nuovo quadro antropologico e, di conseguenza, a una nuova morale».

L’autrice conclude ricordando peraltro che se non vi sarà più ovviamente il padre autoritario della società premoderna, non vi dovrà più essere nemmeno il “genitore-amico” della modernità (e questo appare l’unico lato positivo, interessante e indiretta ammissione dell’idiozia pedagogica odierna), ma si richiederà «a entrambi i genitori una autorevolezza fondata sul riconoscimento reciproco, confermato dalla comunità».

Mi soffermo solo su quest’ultima asserzione. Che vuol dire “confermato dalla comunità”? Forse che si è padre o madre solo perché e nella misura in cui e fino a quando la “comunità” me lo riconosce e concede? E chi è la “comunità”? Lo Stato? La magistratura? I “comizi popolari”? E se un genitore non dovesse essere riconosciuto come padre di chi ha generato, o se un giorno perdesse tale riconoscimento, chi sarebbe il padre del “generato”?

A questa ultima terrificante domanda, risponde la Vegetti Finzi nella conclusione del suo indimenticabile articolo: «Ogni adulto in quanto tale» sarà «responsabile del benessere e della crescita delle nuove generazioni».

Ecco la nuova morale, l’ultimo passo della rivoluzione antropologica. Tutti saremo figli di tutti e tutti saranno genitori di tutti. Pertanto, non esisteranno più la figura del padre e della madre (e pertanto qui si va oltre anche all’affidamento di bambini a coppie omosessuali), perché, come insegnano in Spagna, quando si è “todos caballeros” nessuno è più cavaliere. E non saremo quindi neanche più figli, perché non avremo più genitori.

Come dicevo, qui si va ben al di là delle follie omosessualiste, pedofiliste o bestialiste. Si sta distruggendo “materialmente” la cellula su cui si fonda la civiltà umana. È come se ad Aristotele si volesse sostituire Platone. Ma non Platone del Politico o de Le Leggi, uomo anziano e poi vecchio che è stato e sarà fondamento della civiltà occidentale, ma il Platone quarantenne de La Repubblica, quello che si studia banalmente sui banchi di scuola.

Ce lo ricordiamo? Atene ha perso la guerra con Sparta a causa delle lacerazioni sociali interiori, a loro volta causate dall’invidia verso ricchi e potenti. Quale può essere allora lo Stato ideale fondato sull’armonia? Uno Stato in cui gli uomini con l’anima d’oro (i reggenti-filosofi che fondano la loro vita sul Logos dell’anima razionale) e con l’anima d’argento (i guardiani-militari, che fondano la loro vita sulla parte irascibile dell’anima) non devono più possedere alcuna forma di proprietà privata allo scopo di raggiungere l’uguaglianza assoluta e perpetua, al punto tale che dovranno vivere in comune, in caserme comuni, con donne comuni, e, conclude Platone, con figli comuni, in quanto un figlio costituirebbe “proprietà privata” e quindi disuguaglianza. A tal fine, occorrerà strappare i figli appena nati dalle madri, così che queste mai potranno riconoscerli e tutti si sentiranno genitori di tutti e figli al contempo di tutti.

È il comunismo platonico, il cui scopo dichiarato era la scomparsa dell’invidia sociale, almeno fra le classi con responsabilità politica e militare (tutto il resto del popolo, per Platone quarantenne, aveva l’anima di bronzo, e viveva servo dell’anima concupiscibile, e, in quanto tale, non poteva rinunciare alla famiglia e una limitata proprietà privata).

La Rivoluzione è un mostro che si rigenera di continuo cambiando progressivamente uomini, strumenti, progetti e anche idee, in parte. Ma c’è una cosa che non può cambiare: ed è il suo motore inesauribile, la struttura della sua stessa esistenza: l’invidia. L’invidia che odia ogni forma possibile e immaginabile di disuguaglianza e ha come progetto immutabile la realizzazione dell’uguaglianza perfetta, mediante la distruzione di ogni diversità, fino a quelle più strutturali, come i generi naturali (ecologismo), come la famiglia, e come i sessi, o come l’intelligenza, o la salute stessa. E odiando ogni diversità, odia il mondo stesso, che è stato strutturalmente creato da Dio gerarchicamente. E lo odia perché odia Dio, fonte di ogni gerarchica differenza e al contempo Padre comune di tutto ciò che esiste.

L’inferno in terra ci si sta preparando, proprio mentre noi, affamati da governi e banche complici, ci dibattiamo preoccupati della legge elettorale, di Renzi, di Dudù e dell’IMU. O, magari, ci sentiamo dire che il più grande male del mondo di oggi sono gli anziani abbandonati e i giovani disoccupati.

Un giorno, se non spezziamo la secolare catena dell’autodistruzione, non ci saranno più neanche i giovani e gli anziani, come non ci saranno più i figli e i genitori, né tanto meno case private su cui pagare l’IMU né lavoro personale.

Il tempo vola sotto i nostri piedi, la Rivoluzione gnostica ed ugualitaria sta andando verso le sue più estreme conseguenze: è tempo che ce ne rendiamo conto, tutti insieme, aprendo gli occhi della mente e del cuore alla realtà come essa è, e, al contempo, spalancando le porte della nostra Fede alla Speranza incrollabile e certissima che il “capo” della Rivoluzione, fonte di ogni odio, sarà schiacciato inesorabilmente da Colei che tutto può in Dio ed è Madre della Carità, con il servizio di coloro fra gli uomini che avranno compiuto la loro scelta di campo, in obbedienza gerarchica e in carità di intenti e azioni, in questi giorni in cui chi non sceglie ha già scelto.

Io non sono “etero” (Tranquilli! Leggete prima…) (9/6/2015)

La chiave dell’affermazione irresistibile delle forze della sovversione risiede anzitutto nella manipolazione della terminologia, che ad arte viene propagata fra la gente dalla potenza immensa dei media. Per questo bisogna non utilizzare mai i loro termini, anche per dire cose buone, perché già nell’accettazione dei loro termini consiste la loro prima vittoria.

Esempio concreto: non esistono persone eterosessuali, e tanto meno “etero”. Esistono le persone. Tra le persone poi vi sono coloro che scelgono di essere omosessuali.

Sembra una pignoleria, ma è facile dimostrare il contrario: chi di noi – a parte i giovanissimi – quando era ragazzo usava normalmente il termine eterosessuale per indicare le persone? Chi di noi è cresciuto sentendo dire comunemente “io sono etero”, “quello è etero”… Nessuno. Oggi invece per i giovani è normale dirlo, e nemmeno immaginano che mai in nessun tempo e in nessun luogo questa espressione era utilizzata ancora solo fino a 10-15 anni fa.

Lo scopo ovvio è quello di far passare l’idea che “etero” e “omo” sono due facce della stessa realtà, una libera scelta esattamente equipollente moralmente.

Ecco la loro vittoria. Anche quando noi lo utilizziamo per esprimere concetti giusti. L’errore è proprio nell’accettazione del loro linguaggio, che è appositamente utilizzato per sovvertire l’ordine mentale naturale e quindi la società stessa. Il linguaggio esprime concetti che evidentemente, proprio perché ormai divenuti possesso dell’intelletto, appartengono automaticamente alla realtà attuale: con il linguaggio si cambia il mondo. Per fare un esempio, se tutti cominciamo a dire parole volgari (come oggi accade) alla fine si vive in un mondo volgare. Se non le diciamo, il mondo non è volgare.

Il linguaggio plasma la realtà della società in cui si vive. Questo i sovversivi lo sanno molto bene (iniziarono questa opera con la Rivoluzione Francese, e non hanno più finito). E questo è solo un esempio fra molti.

C’è in assoluto un solo punto per il quale sono in accordo con omosessualisti, gay, ecc.:
l’omosessualità non è una malattia. Su questo hanno perfettamente ragione. A ciascuno il peso delle proprie scelte. È l’unico punto: ma è dirimente.

Annunci