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Solo sulla questione ideologica della Rivoluzione Italiana e sulla guerra condotta contro la Chiesa ho scelto di mantenere l’attenzione ancora in questo volume, sia per dimostrare la lucidissima perseveranza distruttiva che le forze della dissoluzione hanno avuto nel corso di questi due secoli e mezzo, sia per far capire come l’ideologia risorgimentista e il suo odio alla religione cattolica siano alla base della rovina attuale, sia perché queste due specifiche problematiche, sebbene già trattate in alcuni studi passati (miei come di altri autori) non sono in realtà ancora oggi quasi per nulla conosciute dagli italiani, né tanto meno meditate e approfondite. E questo giustifica quindi bene una certa insistenza, data l’importanza di tali eventi e il peso che hanno avuto nella nostra storia. Un “peso talmente pesante” che i gestori della storia dei vincitori hanno pensato bene di far scomparire del tutto dalle pagine dei libri di testo di ogni livello e grado.

Ho dato questa volta invece maggiore attenzione proprio al XX secolo, al ruolo specifico svolto dal fascismo e ancor più al ruolo svolto dalla Democrazia Cristiana e dal mondo cattolico ecclesiastico nel dopoguerra, che è l’ultima grande chiave interpretativa per comprendere la situazione attuale, fino ad arrivare all’europeismo totalitario e agli attuali eventi dissolutori prima accennati.

Nella Conclusione fornisco, alla luce di tutto quanto detto in precedenza, indicazioni di spiegazione storica e metastorica dell’immensa portata del momento che stiamo vivendo, al di là della stessa situazione italiana, aprendo alla speranza di una salvezza che sicuramente non verrà dalla politica nazionale né da alcuno degli uomini politici attuali.

 

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Lo spirito di Crociata nella Cristianità non termina con la caduta di San Giovanni d’Acri (1291), come usualmente viene insegnato nei libri di testo. La progressiva perdita d’Outremer aveva fatto sorgere, in vari ambienti, il dubbio sulla legittimità della Crociata in sé. Partendo dall’analisi di questi primi trattati susseguenti al fallimento di san Luigi IX (1270) e al II Concilio di Lione (1274), l’autore presenta il grande dibattito “De Recuperatione Terrae Sanctae”, cui parteciparono santi, sovrani, guerrieri, dotti, privati intellettuali, e che durò nel suo insieme più di un secolo. Dopo il pensiero, si analizza l’azione: i vari tentativi di spedizione crociata avvenuti nel XIV secolo, che, sebbene quasi tutti fallimentari o almeno vani nei risultati, non hanno mai avuto finora la giusta e piena attenzione storiografica che meriterebbero. Quindi, nella seconda parte del lavoro, viene esaminato il problema del progressivo arrivo della minaccia turca, che sposta il fine stesso della Crociata dall’azione di attacco (presa della Terra Santa) a quella di impellente difesa (salvezza dell’Europa cristiana), fino a quello snodo fondamentale che furono gli anni della morte di Papa Pio II (1464) e dell’eroe per antonomasia del XV secolo, Scanderbeg (1468). Ognuna delle tante tematiche trattate, sia principali che secondarie e relative, è arricchita da una vasta informazione bibliografica e da cenni costanti sul dibattito storiografico.

 

 

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Il processo di dissoluzione di quella che un tempo fu la civiltà cristiana e la società europea e italiana è iniziato secoli or sono, ma la spinta divoratrice negli ultimi decenni, e in modo particolare negli ultimissimi cinque anni, ha assunto ritmi esponenzialmente vorticosi. Tutto si dissolve dinanzi ai nostri occhi, o perlomeno tutto è sotto attacco, sotto rischio quotidiano di dissoluzione, nessuna istituzione rimane illesa da questa inedita volontà di sovversione di tutte le certezze e i valori che sempre hanno sostenuto la vita e la società di chi ci ha preceduto.
Massimo Viglione ha provato a cogliere il senso di tutto quanto sta avvenendo con articoli di commento scritti nel corso degli ultimi cinque anni, riguardanti ogni campo fondamentale dell’umana convivenza (morale e bioetica, storia e politica, crisi della Chiesa, vita vissuta), anche e soprattutto allo scopo di non far mai venir meno la virtù teologale della Speranza, quanto mai necessaria in tempi come i presenti.

 

 

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In questo libro si presenta una storia della storiografia italiana sul problema delle insorgenze controrivoluzionarie (1790-1814). È un lavoro che nessuno ha mai condotto finora in tale ampiezza, sia per la vastità cronologica (in pratica dal 1799 a oggi) che per la profondità concettuale del dibattito presentato. L’autore ripercorre l’intero iter storiografico, con precipua attenzione al grande e anche polemico dibattito avutosi in occasione del bicentenario della Rivoluzione Francese e dell’invasione napoleonica della Penisola.

 

 

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Volume 1, 2, 3: Alle radici del domani è un nuovo corso di storia per la scuola secondaria di primo grado, che si compone di tre volumi, scanditi secondo la nuova periodizzazione prevista dalla Riforma. Nell’opera viene riconosciuta l’importanza dei fattori di carattere economico e sociale sull’evoluzione dell’umanità; viene affermata la necessità della conoscenza di base della storia politica; vengono offerti molteplici stimoli alla capacità critica dell’alunno; viene attribuita importanza centrale alla nascita della civiltà europea e occidentale; mira a restituire alla storia il suo tradizionale ruolo di disciplina fondamentale per la formazione civile degli studenti. In ogni capitolo, alla parte narrativa, in cui vengono descritti gli eventi e i fenomeni essenziali, si affianca infatti un vasto apparato integrativo comprendente numerose rubriche che consentono ampliamenti e approfondimenti, nonché la differenziazione dei percorsi di apprendimento a seconda delle necessità e degli interessi individuali degli alunni.

 

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Una grande panoramica dell’intera questione dell’Insorgenza italiana, condotta secondo il criterio del racconto documentato e dettagliato dei fatti all’interno del loro contesto generale (geografico e politico). Scopo del testo è la ricostruzione puntuale dell’intero fenomeno, come primo gradino per una presa di coscienza di una pagina fondamentale della storia italiana.

 

 

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Oggi si sta riscoprendo sempre di più il fatto che il Risorgimento non sia stato un moto popolare, bensì un movimento elitario. La “base” popolare rimase distante dagli eventi e non fu resa partecipe minimamente della fondazione del nuovo Stato. I cosiddetti “plebisciti” furono una colossale farsa.
È più corretto quindi parlare di unificazione dell’Italia più che di unità d’Italia. Alcuni eventi tra i più noti di questo periodo inoltre sono stati gonfiati, l’impresa dei Mille su tutti. Per converso, molti eventi sono stati sottaciuti: le insorgenze del 1796-99, per alcuni i prodromi della fase risorgimentale, furono in realtà motivate dal desiderio di conservare la tradizione religiosa e dalla fedeltà alla monarchia.
La creazione del nuovo Stato ebbe come obiettivo secondario la distruzione del cattolicesimo in Italia, impersonato dalla figura del Papa.

 

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17 marzo 1861: a Torino, in seduta straordinaria, il Parlamento subalpino proclama la nascita del Regno d’Italia, a compimento di un ciclo di vicende che dai moti costituzionali nei decenni della Restaurazione postnapoleonica, giunge alla conquista garibaldino-piemontese della Sicilia e del Mezzogiorno, con l’appoggio decisivo della Gran Bretagna. In queste pagine Massimo Viglione sviluppa un’analitica ricostruzione del processo risorgimentale, con sguardo privilegiato alle correnti di pensiero che l’hanno caratterizzato, sottolineando come i nodi irrisolti dell’unificazione politica abbiano pesato su tutta la successiva storia italiana del diciannovesimo e ventesimo secolo, culminata nell’enfasi del nazionalismo e del fascismo, nella guerra civile e nella morte stessa del concetto di patria.

 

 

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Nella consapevolezza che si tratta di un evento “nodale” della nostra storia, il Risorgimento e le conseguenze che tale evento ha esercitato sulla storia nazionale del XX secolo sono oggetto di una rinnovata attenzione da parte della storiografia contemporanea. In questo contesto lo studio di Massimo Viglione prende in esame un aspetto specifico ma fondamentale del processo unitario: la mancata creazione di una nuova identità nazionale, il fallimento del famoso motto: “Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani”.

 

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Alla luce dei risultati più significativi e certi del grande dibattito culturale degli ultimi decenni, l’autore approfondisce le più scottanti e meno note questioni del Risorgimento: dalle insorgenze alle sètte, dal ruolo delle potenze straniere ai metodi «poco leciti» dei protagonisti dell’unificazione, dalla repressione della rivolta meridionale fino ad esaminare le conseguenze di tutto ciò nella tragica storia del XX secolo.
Come ormai tanti storici hanno dimostrato, gli artefici del movimento unitario hanno voluto creare lo Stato nazionale non sulla base della tradizionale società  italiana come realmente si presentava in quei giorni, ma sul tentativo forzato e utopico di creare una nuova «nazione» italiana («fare gli italiani»). In tal maniera, esso si è evoluto conducendo una dura guerra contro la religione nazionale degli italiani e contro le loro secolari strutture regionali e locali, ottenendo l’unificazione geopolitica, ma non l’unità  degli italiani. Il Risorgimento fu insomma molto più che un semplice processo unitario: fu la «Rivoluzione Italiana».
Ne esce un quadro di ricostruzione storico e storiografico unico sinora per completezza di visione, prezioso per la necessaria revisione dei libri di testo, passo fondamentale per una riscoperta della profonda ma veritiera consapevolezza della identità  civile e morale del nostro popolo.

 

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