Politica, Attualità e Società

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Fatevi sparare, siete democratici e moderati!

La Sinistra ha sempre detto, fin dalla sua “nascita” ufficiale nel 1789, di essere la forza dei diritti. Proprio gli eroi della Rivoluzione Francese parlavano di diritto alla difesa personale. Che poi è un aspetto congenito del diritto alla vita dell’innocente. Che poi in realtà è conseguenza del dovere del rispetto del V Comandamento.
La Sinistra odierna (in pratica PD-5Stelle, che, guarda caso, cominciano a essere sempre più spesso convergenti…), ha respinto la proposta di legge sull’intensificazione per gli italiani del diritto alla legittima difesa. Mi sembra ovvio: che bisogno abbiamo di difenderci? Abbiamo lo Stato che ci difende dentro le nostre case, nei nostri negozi, nelle stazioni la notte (e anche il giorno): i nostri negozianti vivono sicuri, le nostre ragazze possono uscire la sera tranquille, i genitori possono dormire tra quattro cuscini, noi tutti possiamo lasciare le nostre case incustodite con tutta tranquillità.
Non c’è droga, non ci sono spacciatori. Non c’è delinquenza. Non ci sono omicidi (in caso, da qualche anno, solo “femminicidi”). Non ci sono stupratori. Viviamo in una società pacifica e ordinata, dove a nessuno manca nulla.
Perché, quindi, parlare di diritto alla legittima difesa? Hanno ragione i sinistri, soprattutto i parlamentari: tanto, a casa loro, non accade mai nulla. Perché dare il diritto ai cittadini di possedere armi, e magari di usarle pure in caso di aggressione, creando così pericolosi presupposti di libertà personale? Altrimenti facciamo come negli USA, dove ogni tanto occorre trovare un pazzo che fa una strage in qualche luogo pubblico, per tentare di eliminare, anche lì, il porto d’armi, visto che, al di là di tanti altri mali di quella società, questo crea “pericolo” per i progetti di chi governa, in quanto gli americani (intendo dire la gente comune)… non scherzano su questo punto.
Pertanto, che gli italiani vengano massacrati e zitti e muti. E se qualcuno osa sparare a chi gli sta sparando, o violentando la figlia o la moglie, dentro casa, ci penserà il magistrato a metterlo dentro e a salvare il povero criminale dalla cattiveria dell’italiano armato!
Quindi, mi raccomando, tutti a votare PD e 5 stelle! Mica siamo nel Far West, noi.
Ah, dimenticavo: nel frattempo, stanno entrando milioni e milioni di risorse dall’Africa e dell’Asia. Tutti assolutamente pacifici e rispettosi della nostra religione, civiltà, società e delle nostre proprietà e vite. Quindi, non si dica che abbiamo bisogno della legittima difesa. Altrimenti, che bravi cittadini – e, soprattutto, che bravi cattolici rispettosi delle indicazioni che le gerarchie dai loro sicuri (finora) palazzi ci forniscono – saremmo?
Tutti disarmati e pronti alla morte (come dice l’inno nazionale). Ecco la vera democrazia. E tacciano i profeti di sventura e i poco tolleranti e moderati. Lo Stato ci protegge tutti.
E a nessuno venga in mente di pensare che il potersi difendere, legittimamente, è il primo grado della libertà. Ed è un dovere verso i più deboli.

Il giro di boa

Il 29 marzo 2017 è la data del giro di boa di questa artificiale costruzione di muratori che si chiama Unione Europea.
Ricordo che negli anni Novanta, quando ero tra i pochissimi in Italia a dire che sarebbe divenuta un Leviatano propedeutico al governo mondiale, specie con l’introduzione della moneta unica, mi sentivo sempre rispondere, dai tanti espertissimi di politica e finanza: “tanto dall’Europa unita non si può uscire, per costituzione e per convenienza, nessuno ne uscirà mai”.
Gli inglesi, che europei non sono mai stati, che costituzioni non conoscono e che invece conoscono da sempre cosa sia loro conveniente o meno (infatti non sono neanche entrati nell’euro e non hanno rinunciato alla Banca di’Inghilerra), ieri hanno fatto marameo al Leviatano.
Il conto alla rovescia è cominciato, e tutti lo sanno, a partire dai camerieri superpagati di Bruxelles, che mai permetteranno agli altri Paesi un referendum effettivo e valido come quello che ha portato alla Brexit (anche perché ogni volta che ci hanno provato sono stati presi a calci nel sedere dai popoli).
Dobbiamo ora sperare nella Francia. Marine Le Pen non è, sia chiaro, un esponente politico da supportare pienamente. E’ laica, anzi, laicista, aderisce a molte delle istanze dissolutive e antimorali, contrarie alla vita, alla famiglia naturale e all’ordine del creato, portate avanti proprio dall’Unione Europea. Ma se la Francia uscisse dalla UE, restaurasse il Franco e la Banca di Francia e chiudesse i confini espellendo tutti i clandestini, sarebbe il crollo della costruzione mondialista e muratoriale del Leviatano che tutti ci opprime. Si può ancora far finta di rinunciare alla Gran Bretagna, ma certo non si può immaginare un’Europa unita senza la Francia.
Inoltre, la diga della libertà sarebbe aperta definitivamente. Tutti i popoli scapperebbero via di corsa riprendendosi la propria indipendenza. Perfino i tedeschi farebbero finta di scappare da se stessi. Tutti tranne uno, ovviamente, che rimarrebbe però solo con il moccolo in mano del proprio totale fallimento.
E i vari centri di potere, di ogni genere, asserviti al Leviatano e all’immigrazionismo della sinarchia mondialista, comincerebbero a barcollare. Tutti, nessuno escluso.
Per questo ora speriamo – nonostante lei stessa – in Marine Le Pen. Non per Marine Le Pen, ma per l’inizio della salvezza degli europei.
Putin. Brexit, Trump, insegnano che non tutto è sempre impossibile. Che il male ha delle crepe, magari create da persone che non sono al servizio del bene ma che si pongono come ostacolo al male peggiore.
Ora tocca a Marine. In attesa di una futura società cattolica, per ora su questo dobbiamo contare, senza fare troppo gli schizzinosi. Ogni crepa della Torre di Babele è per noi una speranza.
Ma la vera speranza risiede nel confidare ovviamente nell’azione di Chi può tirare sassolini dove vuole e quando vuole contro ogni ridicolo Golia terreno.

Una visita epocale

Il Primo Ministro del Lussemburgo è venuto in visita in Italia con suo “marito”. Il fatto è che è pure lui un uomo. Nonostante ciò, nelle varie visite ufficiali e ricevimenti, ha portato con sé un altro uomo presentandolo appunto come “marito” (il che lascia supporre che lui sia la “moglie”).

Evidente è l’intento non tanto provocatorio, quanto dissolutorio: certamente lo ha fatto su commissione di altre forze, che hanno stabilito che sia giunto il momento di “rompere anche questo tabù” a livello diplomatico internazionale. Insomma, si tratta come ovvio di una messinscena orchestrata all’uopo, non nel senso che i due non siano realmente omosessuali e amanti (suppongo di sì), ma al fine di ottenere un risultato ben preciso. Un passo avanti non così secondario e scontato come si è voluto far credere.

E questo è il punto della questione. Questi due signori sono stati ufficialmente ricevuti dal Presidente della Repubblica e dalla alte cariche dello Stato, come se niente fosse. Non solo. Sono stati ricevuti in Vaticano… come se niente fosse. Sorge la domanda: li hanno ricevuti come due amiconi in gita o veramente come “marito e moglie”?

La domanda non è secondaria o semplice frutto di venatura polemica. Solo qualche anno fa sarebbe stato del tutto inconcepibile e non solo in Vaticano. Sono sempre esistiti ovviamente politici e anche capi di Stato omosessuali: ma nella loro vita privata. Poi si è passati alla denuncia pubblica. Poi al “matrimonio”. Ora all’ufficializzazione internazionale del “matrimonio”. Perfino in Vaticano.

Non è necessario risalire al passato più lontano per rendere idea del livello di sovversione raggiunto. Non è necessario nominare qualche sovrano medievale o moderno. Nemmeno dell’anteguerra. È sufficiente rimanere nel nostro mondo postbellico, quello delle repubbliche democratiche in cui tutti viviamo felicemente: ve lo immaginate Amintore Fanfani che riceve i due piccioncini “sposati”?

Non è necessario andare ai papi medievali, a Pio IX, a san Pio X e nemmeno a Pio XII. È sufficiente rimanere nell’ambito nuova chiesa conciliare: ve l’immaginate Paolo VI o Giovanni Paolo II ricevere i due piccioncini? Ricordo solo che ancora nei primi anni postconciliari era in uso nella Chiesa che il papa non riceveva coppie conviventi o divorziate. La chiesa del terzo millennio invece riceve in visita ufficiale internazionale in Vaticano una coppia omosessuale che si presenta apertamente come “marito e moglie” . “Contra factum non valet argomentum”.

La domanda è: quando verranno – questi due o altri che immancabilmente verranno – con i “loro” bambini comprati chissà dove, li riceveranno ugualmente con tutti gli onori? Onoreranno il nuovo mercato degli schiavi? E non aggiungo altro…

E allora ti sorge una domanda nel cuore: cosa combattiamo a fare le nostre battaglie in difesa del matrimonio sacramentale o comunque naturale, della famiglia vera, soprattutto dei bambini?

“Ma sono obbligati dall’etichetta diplomatica!”, sento già la risposta. Risposta falsa. Sia perché in passato, e in un passato ancora recentissimo, come appena detto, l’etichetta l’imponeva la Chiesa e non la diplomazia laica, sia perché nessuno può obbligare un qualsiasi Capo di Stato – laico o ecclesiastico – a fare qualcosa. L’unico obbligo di statisti veri è servire il Bene della società. L’unico obbligo degli uomini di Chiesa è servire la Verità nella Carità. Nel momento in cui è caduta perfino questa barriera, non potranno allora più rifiutare tra qualche tempo di ricevere le “famiglie” con i bambini comprati al mercato, stile Vendola, altrimenti saranno accusati di razzismo e omofobia. E così saranno sempre più complici della dissoluzione.

Chiudo però con la vera considerazione che volevo fare e riguarda l’insegnamento da trarre da questa non abbastanza approfondita pagina di follia contemporanea. Ovvero, che – come sanno perfettamente le forze della Rivoluzione dissolutiva – noi… ci abituiamo a tutto. Ma proprio a tutto. Tutto, con il passar del tempo, diviene possibile. E, di conseguenza, normale. Normale! Ecco la responsabilità di chi li ha accolti e di tutti noi che tacciamo o addirittura giustifichiamo tale “normalizzazione” di ciò che solo venti anni fa era impossibile.

La verità… è che fare resistenza alla corrente del fiume, essere scomodi all’opinione pubblica, non conviene. Dà fastidio. Richiede sforzo e coraggio, ma soprattutto capacità di sofferenza. Ancor più: richiede amore per Dio. Un amore immenso per la Verità e immensa carità per i veri deboli di questa società, che non sono gli immigrati che ci mandano per invaderci.

Vedendo queste cose, ti viene la voglia di appendere la spada e mandare tutti a quel paese. Invece, oggi più che mai, tocca a noi laici cattolici ancora legati – nemmeno alla Tradizione, ma – al solo Bene comune, fosse anche solo quello dei nostri bambini, combattere la battaglia più importante di tutta la storia umana.

Perché… «Quando cadono i grandi, tocca ai piccoli guidare» (Tolkien).

Questa visita è più sovversiva di una guerra mondiale. E tutti fanno finta di non capire.

Asiatico. No, di colore. Comunque, depresso. Ma… la sua religione?

L’attentatore di Londra per i media, è “asiatico”. In serata, diventa “di colore”.
Che è come dire che se uno di noi fa saltare in aria una stazione per affermare con il terrorismo le proprie idee religiose o politiche, è… europeo. O bianco.
Certo, quello è asiatico, e noi siamo europei. Lui è di colore e noi bianchi. Siamo anche essere umani se per questo. Pure terrestri.
Scrivo questo non per ironia spiccia o irrefrenabile polemica. Ma per far capire a tutti, ma proprio tutti – perché ci sono ancora moltissimi, incredibile a dirsi, che non capiscono – quanto siamo manipolati dagli strumenti di formazione pseudoculturale e di pseudoinformazione.
Lo vogliamo capire che esistono in ogni parte del mondo, decine di migliaia di persone che sono pagate e adibite per leggere ciò che gli viene scritto e messo davanti? O che, per divenire “comunicatori” pubblici, sanno di dover essere ammaestrati e di dover obbedire per tutta la loro vita?
È incredibile? Non può essere vero?
Sicuri? Clinton-Trump non docet? Botteri style non ci è ancora chiaro?
L’attentatore è asiatico. No, di colore. Che poi è un imam non conta. Tanto… era depresso.
Mi chiedo: dopo centinaia di attentanti islamisti – o nei fini o nei mezzi, cosa che non corrisponde sempre – negli ultimi 25 anni, qualcuno si è mai posto la domanda su cosa avverrebbe se un attentato lo facesse un cattolico? Anche uno solo?
Verrebbe presentato come “europeo” oppure come “cattolico”?
Questa riflessione su quanto accaduto oggi rimane valida pure se domani ci dicono che l’attentatore era inglese di 60 generazioni. Sia perché tanto possono dire qualsiasi sciocchezza che tutti se la bevono, sia perché lo schema è sempre lo stesso da 25 anni.
Ovvero: c’è una realtà presente. La quale però non risponde ai piani di chi deve forgiare la realtà futura. Quindi, la realtà presente deve essere occultata o modificata secondo quei piani.
A tal fine sono pagati quasi tutti i giornalisti del mondo e quasi tutti i docenti, educatori, autori di libri e manuali, del mondo. E chi non si adegua non fa carriera, nella migliore delle ipotesi.
E questo ogni giorno, ogni giorno, ogni giorno. Per ogni evento. Perché ci sono infatti 7 miliardi di persone da forgiare. E vanno forgiate per essere pronte ad accettare “traguardi” di sovversione generale sempre più pazzeschi e illimitati, con un ritmo sempre più dirompente.
E poi, arriva il colpo di grazia finale per un miliardo di loro, quelli “sotto osservazione speciale”. Ovvero… “l’islam è una religione di pace”.

Ovvero… ognuno svolge, in questa guerra, il ruolo che gli è stato affidato. CVD

Ultime notizie dalla Repubblica Italiana e dei suoi dhimmi

 In qualsiasi Stato o società di tutta la storia umana, dalle più primitive in poi, che fine avrebbero fatto gli sfasciatori di Napoli?

E non parlo solo degli antichi Stati cristiani o magari a Roma o in Grecia. Ve li immaginate fare quello che hanno fatto sotto un qualsiasi emiro islamico o sultano ottomano? O in India, ieri come oggi? O nella Cina o Giappone? O in qualche società precristiana, anche, che so, in quelle precolombiane? O anche nei Paesi comunisti?

Ebbene, nella Repubblica Italiana, questo esercito di vigliacchi prezzolati dai grandi poteri internazionali, non è stato punito non solo in diretta dalle forze dell’ordine, come sarebbe già dovuto accadere, ma non lo sarà neanche a posteriori dalla magistratura, di cui non si capisce più quali siano i fini ultimi e i criteri ideali (o meglio: si capisce benissimo e da sempre, da quando nel primo governo De Gasperi Togliatti chiese per sé il Ministero di Grazia e Giustizia).

Esattamente come è accaduto centinaia di volte in questi decenni.

Questi sanculotti odierni sono al di sopra della legge e difesi dai tribunali rivoluzionari, allora a Parigi come oggi in Italia. Mentre i cittadini della Repubblica Italiana, che hanno avuto macchine e vetrine sfasciate, non ricevendo alcun risarcimento, sono al di sotto della legge. Sono i dhimmi di questa repubblica.

Possiamo dire che la Repubblica Italiana è al di sotto e al di sopra della legge. Uno Stato che non tutela i suoi cittadini dalla violenza, che non punisce i violenti e che non risarcisce nemmeno i danni che costoro hanno provocato alla proprietà dei cittadini, cosa esiste a fare? Qualcuno me lo può dire?

Ma tutti continuano a far finta di nulla, anzi, continuano ad appoggiare, anche con il voto, chi governa gli italiani. Si fa finta di non vedere ciò che accade. Esattamente come in altri campi e con altre istituzioni. E tutto precipita, nel mormorio costante ma al contempo nell’inazione costante e complice.

Non esiste prova più evidente della vera funzione ultima della televisione, con la sua immensa caterva di pseudocomici, di trasmissioni per idioti, di trasmissioni per i meno idioti con indottrinamento generale, di talk show, di soap opera, di giudizio di dio sul calcio, di dibattiti politici, di grandi fratelli e conduttrici appositamente costruite all’uopo, ecc. ecc.

Tutti credono di essere immuni dall’immenso pluridecennale sonnifero. E invece… tutti siamo addormentati.

Non fosse altro perché non capiamo che chi paga e protegge anche dalla magistratura quei delinquentelli vigliacchi sono le stesse forze che portano avanti la dissoluzione della società, della proprietà degli italiani, della morale, dell’uomo e dei bambini, a 360 gradi.

La prova provata risiede nel fatto che le forze dell’ordine non possono fare nulla contro di loro e che resteranno impuniti dalla magistratura. Come sempre.Come i loro manutengoli in parlamento, nei media e altrove. Se uno scenario di esercizio del potere e della sovversione e controllo delle istituzioni si ripete per decenni, vuol dire che è utile ai signori che gestiscono questa società per la realizzazione dei loro scopi.Ma gli italiani continuano a guardare la televisione, i talk show, le partite, i comici, le conduttrici all’uopo costruite. Finché sarà così, sono i vigliacchetti di Napoli a vincere e i loro padroni. Mentre noi restiamo dhimmi e la società si sfalda  completamente.Ecco un’altra ragione per reagire, casomai qualcuno pensasse che non ve fossero a sufficienza.

19/I/2017

Leggo di persone meravigliate o arrabbiate per la non curanza del governo per i nostri fratelli in Abruzzo e Marche. Ma, quando un governo, dinanzi ai suoi cittadini distrutti dal terremoto da mesi, distrutti dalla crisi economica, distrutti dalla disoccupazione e dalla delinquenza, e da molto altro, ha come priorità assoluta le coppie di fatto, il gender, la salvezza di MPS con gli stessi soldi degli italiani che non hanno più soldi, l’invasione della nostra terra e magari con la consegna delle nostre case agli invasori… ma cosa vi aspettate? Che veramente la Boschi si preoccupi dei nostri fratelli isolati senza corrente, e magari senza cibo, nella neve? Pensate che le banche, che oggi governano l’Italia tramite loro marionette, si preoccupino del dolore della povera gente?
Quando si è pronti a togliere alberghi e case ai proprieteri per darle agl invasori, quando si dice che la civiltà consiste nella genderizzazione della società e della gioventù, vuol dire che non si ha più un’anima, una coscienza, una dignità intellettuale e morale.
E quindi è tutto più che logico.
Il vero problema semmai è un altro. È cercare di capire per quale ragione gli italiani in massa continuano a votare queste persone.
Questo è il dilemma, la cui spiegazione risiede solo nella storia degli ultimi 250 anni e nel lavaggio del cervello subito come massa informe e inebetita.
Ma chi lo capisce? Purtroppo, nemmeno le vittime più vittime di questa società. E nemmeno chi dovrebbe spezzarsi per amore di chi soffre, mentre invece si pavoneggia sostenendo chi ride e balla ogni giorno sulla pelle dei derelitti.
Tutto è rovesciato, sovvertito. E così la natura che già è matrigna, ci diventa un mostro insopportabile, ma questo anche per colpa degli uomini che hanno perduto il senso profondo della vita. E la conseguenza di questo non può che essere la rovina generale. Perché prima o poi non saranno solo abruzzesi, umbri e marchigiani a pagare, statene certi. Prima o poi, tutti pagano il conto. Pure la Boschi e i suoi padroni. E pure i loro fans, che hanno gettato la croce alle ortiche.
Ieri sera ho terminato il mio compleanno a caldo nel mio letto e con la pancia piena. Ma… qualcosa non andava,… forse la sensazione che prima o poi… gli altri siamo noi. E il mio cuore e la mia mente andavano su quelle montagne…
Negli anni Sessanta del XIX secolo, vi fu un terremoto rovinoso nel meridione. Subito si chiese aiuto al nuovo Regno sabaudo. Ma il governo liberale e anticattoico rispose con il suo ministro Cairoli: “no, perché si creerebbe un precedente”… Al che, Napoleone III, dalla Francia, il piccolo fratello del nostro Risorgimento, rispose indignato contro i suoi stessi favoriti: ” Certo, queste cose indegne, ovvero di aiutare i cittadini in difficoltà, le facevano i Borbone, non voi…”.
Ecco, dopo 150 anni, nulla è cambiato. Solo che al posto di Cairoli c’è una certa Pinotti che dice al tg che lo Stato c’è. Era meglio Cairoli…
Ed è peggio per noi, che continuaiamo a non capire, a non cambiare, a non dire la verità. Ovvero che stiamo vivendo il peggior incubo politico della nostra plurimillenaria storia e che siamo solo agli inizi, visto che gli italiani stessi, a differenza del passato, credono di stare bene. Finché non arriva il signor terremoto o qualche sua sorella e sorellastra.
Aiutiamo noi e preghiamo per i nostri fratelli italiani nel dolore e nella sofferenza. E, magari, qualche sindaco potrebbe inviare questi mangiasoldi a tradimento di immigrati a spalare la neve, almeno fanno una cosa utile in tutta la vita. Almeno una.
Ma provate a indovinare chi sarebbero i primi a opporsi…

La nuova lingua degli schiavi (24/X/2016)

Omofobia, xenofobia, islamofobia, femminicidio (maschicidio però no), ministra, assesora, presidenta, giudicia, identità sessuale, gay, identità di genere, sesso biologico, disturbo di genere, disforia di genere, “io sono etero”, migranti, “pregiudizi” di ogni tipo, “tavolo interreligioso”, “ruolo della donna”, ecc. ecc.
Il nominalismo era una dottrina di radici gnostiche condannata dalla Chiesa nel Medioevo. Detto al massimo del semplicismo concettuale, era il tentativo ereticale di sostituire la realtà con il “flatus vocis”, con un concetto cui non rispondeva realtà effettiva.
La menzogna ideologica, insomma.
Perché chi adopera tali strumenti di coercizione di massa sa bene che le parole “sono macigni” che influiscono pesantemente sulla mente umana, a volte perfino più delle realtà stesse. Cambiando le parole o il significato delle parole, si cambia non la realtà ovviamente ma la percezione ideologica e psicologica della realtà da parte dell’individuo e della società intera.
Per fare l’esempio più noto ed eclatante, basti pensare al cambio di significato che fu dato ai tempi dell’illuminismo e della Rivoluzione Francese ai termini “libertà”, “uguaglianza”, “democrazia”, “popolo”, ecc.
Da lì si è partiti, e non si è più finito. Quando sono in corso epocali rivoluzioni – politiche, religiose, sociali oppure anche solo intellettive e morali che siano – ecco che compare sempre un nuovo vocabolario.
Oggi il nuovo vocabolario del nulla istituzionalizzato è molto ricco e cresce ogni giorno e ogni giorno determina cambiamenti sulla mente delle persone, specie delle più deboli, distratte, ingenue o semplicemente opportuniste.
E così cambia la società. E così cambia la nostra vita. E così cambiano i bambini anzitutto e con loro il futuro di tutti, della storia stessa dell’umanità.
E siccome il cambiamento in corso è epocale e di una sovversività senza fine, occorrono molte parole sovversive e vuote, un perfetto nominalimo rivoluzionario finalizzato a distruggere l’ordine del mondo intero.
E, se non lo avete capito, sappiate che quei termini di cui sopra, più tanti altri che si potrebbero ricordare, servono a creare schiavi: schiavi anzitutto dal punto di vista mentale e spirituale, quindi psicologico, infine fisico. Il fatto che tali nominalismi siano supportati dalla legislazione totalitaria (ovvero che chi vi si oppone è un mostro sociale e rischia la galera pure: provate a dire che siete omofobi o xenofobi) è riprova incontrovertibile di quanto stiamo affermando, ovvero de loro compito di creare schiavi.
Chi pensate che siano gli schiavi?
Se non vi turba il fatto di essere schiavi, almeno turbatevi per i vostri figli e nipoti, che lo stanno diventando fin dalla nascita e pertanto non lo capiranno mai più di esserlo.
Spero che almeno questo pensiero vi turbi. A me turba.

I signori della “giustizia”

Concezione della giustizia in vigore in Italia oggi:
svaligi gli appartamenti?
Picchi selvaggiamente chi stava dormendo dentro?
Spacchi una città durante una manifestazione?
Violenti un donna?
Sgozzi Qualcuno?
fai una strage di parenti?
Tutte cose facilmente spiegabili con il disadattamento e con circostanze sociali avverse. Se sei incensurato, te la cavi con niente e poco; altrimenti qualche anno e poi esci per buona condotta.
Se poi sei extracomunitario, specie se musulmano, sai perfettamente che come entri in prigione così esci (con il ghigno sulle labbra).
E se qualche italiano prova a difendersi in casa propria, nel proprio negozio o per strada, siamo certi che finirà in galera per quegli stessi reati per i quali chi invece li compie come aggressore sarà liberato di lì a breve.
Le cronache sono strapiene di donne violentate, famiglie assalite, persone uccise o picchiate selvaggiamente, città sfasciate da chi aveva già commesso tali reati ed era stato scarcerato per qualche ragione. Ogni giorno questo accade ed è sciocco negare l’evidenza.
Insomma, chi compie tutti quei reati di violenza fisica che in tutti i tempi e luoghi, in ogni civiltà umana, sono stati punti con la morte o comunque con un carcere a vita e duro, o con i lavori forzati, è da giustificare e liberare il prima possibile, pur sapendo che quasi sicuramente reitererà il reato (e tanto peggio per chi ci capita, specie se italiano, in quanto non ha neanche diritto di difendersi).
Invece, c’è qualcosa che veramente la Repubblica italiana non può tollerare! Eccome, un reato inconcepibile, inaccetabile, mostruoso, che deve essere punito con la massima severità e non merità attenuante sociale alcuna o pietà di sorta:
Hai fatto un falso in bilancio? 8 anni di galera!
E se non hai lo scontrino uscendo da un negozio? Nessuna pietà: hanno punito perfino dei bambini…
Per non parlare di chi non fattura anche l’aria che respira: hanno inventato Equitalia per questo. E chi l’ha inventata? Quel partito sempre pronto a giustificare assassini e sgozzatori, ad assolvere gli immigrati e colpevolizzare gli italiani.
E mentre sconti la tua pena per la tua mostruosità (notare che i falsi in bilancio non li fanno gli immigrati ovviamente), vedi dalla stessa galera uscire fuori dopo pochi giorni o al massimo poco tempo sgozzatori, violentatori, pedofili, stragisti, assassini, mercanti di disperati, ecc.
Niente più di questo dimostra chiaramente che siamo in una società controllata da usurai e mercanti, che hanno sostituito le classi dirigenti del mondo del passato.
E c’è ancora gente che usa il termine/concetto “medioevo” in senso denigratorio…
Dementi: in quella società, ma anche in quella moderna fino alla Seconda Guerra Mondiale se vogliamo, si punivano giustamente i falsificatori di bilanci, ma si punivano anzitutto e amaramente gli assassini e i violenti di ogni genere e risma.
Nella società del passato, il nemico non era tanto il ladro (anche), ma era chi ti toglieva la vita e l’onore. E, in quella cristiana, pure chi ti toglieva la salvezza eterna.
Oggi, il male è sgarrare, anche minimamente, al meccanismo usuraio del signoraggio bancario. Altro che donne violentate e famiglie massacrate, gioiellieri uccisi o bambini rapiti: queste sono sciocchezze da popolo bue. Il mostro è chi non paga Equitalia, come Pubblicità & Progresso ci ha fatto vedere per mesi in tv.
Cari elettori italiani, eccola la democrazia pluralista e tollerante. Contenti? Sì? E allora consumate (per quel poco ancora che potete), pagate e morite. E se vi uccidono anzitempo, non pretendete giustizia, perché voi per primi avete falsaificato i bilanci o nascosto fatture e non ritirato lo scontrino.
E li avete pure votati, per decenni, senza mai capire, senza mai cambiare, sempre accettando ogni cosa, ogni follia, ogni tradimento, mentre il nostro mondo, il mondo dei nostri genitori, nonni e antenati, andava a rotoli, mentre tutti noi ballavamo come scemi in discoteca, ci accapigliavamo per un rigore tolto, passavamo ore davanti a una televisione o al massimo pensavamo solo alla nostra “carriera” o ai nostri divertimenti.
Il mondo ci è cambiato sotto i nostri occhi e continua a cambiare a velocità stratosferica, mentre noi continuiamo a pensare al rigore tolto o a come divertirci. E più vi pensiamo, e più il nostro portafoglio si svuota, più la nostra Italia viene invasa, più gli italiani perdono sovranità e diritti a favore di stranieri e/o di criminali. più i nostri bambini vengono “rieducati” nelle scuole…
Ma prima o poi, ogni cosa presenta il suo conto, a ciascuno di noi: il difetto nazionale dell’italiano medio è sempre quello di credere di essere più furbo degli altri (“basta che io me la cavo”…), per finire quasi sempre poi per accorgersi, quando è troppo tardi, che è stato solo un perfetto cretino. E questa volta non sarà il conto di Equitalia: sarà il conto della nemesi della storia.

Cattolici in politica: il vero vulnus e l’unico rimedio

La sortita di Adinolfi e Amato sul loro nuovo partito, “Il popolo della famiglia”, sta come ovvio facendo discutere e fin da subito si nota che l’iniziativa è tutt’altro che condivisa.

Riccardo Cascioli, ne “La nuova Bussola Quotidiana” (4 marzo), critica soprattutto le modalità d’azione dei due: a quanto dice, avrebbero agito all’insaputa degli altri organizzatori – Gandolfini, Miriano, Brandi – del Family Day spiazzandoli anche pubblicamente e sottolinea il fatto che fin dal nome si riduce tutto al problema della famiglia, mentre giustamente un partito non può essere monotematico.

Gli amici del sito “Radiospada” hanno subito posto seccamente questi quattro quesiti ai due esponenti, chiedendo risposta. Riporto esattamente le loro parole sia per coloro che non avessero avuto modo di leggerle sia perché le condivido al 100%. Eccole:

1) Fede. Vi presentate come un partito che chiama a raccolta i cattolici. Siete dunque per l’abolizione del divorzio, della legge infanticida 194/78 (aborto), di ogni forma di “unione civile” diversa dal matrimonio e di ogni forma di fecondazione artificiale?

2) Gerarchia. Agite di concerto con la Conferenza Episcopale Italiana? Vi riconoscete nella linea politica dei suoi vertici e, in particolare, del suo segretario (Nunzio Galantino)?

3) Visione politica generale. Creare un movimento politico significa avere una visione complessiva della realtà: la politica non è solo politica familiare. Avete uno sguardo unitario sugli scenari economici? Sugli quelli internazionali? Sull’Unione Europea? Sul tema migratorio? Sulla riforma costituzionale? Se sì, in cosa consiste?

4) Orizzonte partitico. Entrerete in una delle coalizioni esistenti (se sì, quale)? Siete pronti a dichiarare pubblicamente che nel caso in cui il vostro progetto non raggiungesse i suoi obiettivi, non tentereste di “riciclarvi” in altri partiti (rendendo questo movimento un semplice trampolino di lancio o un aggregatore di voti da cedere)?

Dei quattro quesiti, i due ancor più essenziali e immediati mi sembrano essere il secondo e il terzo: sul primo e sul quarto, per quanto fondamentali, si potrebbe rispondere prendendo tempo… Ma non sul secondo e sul terzo: su questi, la risposta deve essere immediata. Infatti, se continuiamo a far finta di avere come interlocutori una CEI amica e un clero favorevole, se cioè continuiamo a mentirci spudoratamente gli uni con gli altri per apparire “seri e moderati” o per una malintesa pratica della virtù della prudenza che rasenta poi nei fatti il confine con la menzogna pubblica, non solo non si costituirà nessuna iniziativa politica seria, ma non si otterrà mai nulla nemmeno al mero livello della difesa famiglia naturale. E gli ultimi eventi sono testimonianza incontrovertibile di quanto appena detto.

Ma il cuore di tutto io credo sia il terzo punto. Quand’anche nell’iniziativa di Adinolfi e Amato fosse tutto chiaro, quand’anche i due avessero riscosso enorme successo immediato, in realtà il proporre un partito politico monotematico, incentrato, fin dal nome, su un solo punto di battaglia, è ridicolo e antistorico. È l’errore tipico del mondo cattolico in generale, di quello che tende al bene (non di quello che tende al male, al compromesso o al tradimento: questi non fanno certi errori, edotti come sono dai loro padroni). Ed è un errore sia chiaro che non riguarda solo il mondo della famiglia, riguarda tutti. Chi si intende di bioetica e famiglia, chi di economia, chi di moneta, chi di immigrazionismo, chi di politica, chi di liturgia e teologia, ecc.; e tutti pensano che una volta risolto il “loro” problema tutti vivremo felici e contenti. E nessuno capisce che quand’anche salvassimo i bambini dagli orchi, se siamo invasi da milioni di islamici che vogliono conquistarci e cambiarci, sarà stata una vittoria invana; e nessuno pensa che se anche salvassimo i bambini e fermassimo i musulmani, se precipitiamo ancora di più nell’oppressione sinarchica del sistema finanziario non avremo più niente da dare come cibo ai nostri bambini, e non è un’esagerazione; e potremmo continuare. Nessuno capisce che la salvezza non viene da un solo campo della battaglia per la civiltà in corso, ma dalla salvezza completa della stessa civiltà sotto attacco.

È una deformazione mentale del nostro mondo, diciamocelo francamente. Il 30 gennaio, mentre tutti festeggiavamo quella bella e importante giornata al Circo Massimo, io, che stavo in alto sotto al monumento a Mazzini, ho visto per circa 30 minuti una cinquantina di islamici con i tappetini che pregavano verso la Mecca nel marciapiede dal lato della FAO. Mi ha fatto un’impressione forte (e spero qualcuno possa cogliere quello che intendo dire), il vedere da un lato centinaia di migliaia di cattolici felici e contenti una volta tanto per una buona iniziativa riuscita, e in contemporanea alle loro spalle…

Questo è un mondo unico (o globalizzato che dir si voglia), amici cari: il nemico è uno, a livello di mente dirigente come anche di massimi esecutori a livello planetario. Chi ci fa invadere, chi vuole distruggere la famiglia, chi vuole distruggere l’ordine stesso del creato, chi ci sta riducendo in miseria e schiavitù, chi sta sovvertendo anche la Chiesa, è sempre la stessa mente che utilizza gli stessi servi nei vari campi della dissoluzione odierna. Non serve tagliare un solo braccio all’Idra del male. Lo abbiamo visto tante volte: anche quando riportiamo una vittoria, l’Idra non solo vince altrove, ma poi gli ricresce anche il braccio tagliato, perché non abbiamo combattuto in pieno, perché ci siamo cullati di una piccola battaglia vinta, perché magari basta un giudice a rendere inutile una grande vittoria politica, ma soprattutto perché occorre tagliarle la testa all’Idra, se vogliamo salvare tutto.

Salvare tutto, ecco il senso di questo discorso: non si può condurre una battaglia politica, e tanto meno fare un partito, combattendo contro un solo braccio del male, e magari già pronti a futuri compromessi con il paravento della necessità di entrare in Parlamento per condurre la buona battaglia. Per fare un partito occorre un programma a 360 gradi che preveda una soluzione politica a ogni singolo problema, ma soprattutto una dottrina a monte che sia e dia la linfa vitale a tutte le iniziative.

Occorre essere cattolici! Non si tratta di essere santi (chi lo è? io no): se lo si è, meglio ovviamente, ma almeno essere cattolici sì. E, di conseguenza, di avere un’interpretazione generale dell’intera storia passata e presente che fornisca la chiave di interpretazione dei problemi enormi che stiamo vivendo e quindi permetta di proporre soluzioni ai singoli problemi, a tutti i singoli problemi. Un’iniziativa politica, un partito, cioè, deve conoscere chi è veramente il nemico e cosa vuole, e quindi fornire – in base e in sottomissione al magistero universale della Chiesa Cattolica (e della gerarchia attuale solo nella misura in cui questa effettivamente a sua volta rispetta e onora tale magistero, del quale essa stessa è serva e non padrona) e alla Tradizione politica e civile della civiltà cristiana come essa è esistita – le soluzioni a livello dottrinale, ideologico e quindi di prassi politica.

Il vero vulnus di tutti noi è la mancanza di adesione compatta alla dottrina cattolica e al Magistero civile della Chiesa a 360 gradi: solo questa adesione personale e generale ci donerebbe la capacità di comprensione degli eventi e quindi l’unità d’azione necessaria per divenire una reale forza di reazione al male e di difesa del bene.

Dobbiamo salvare la famiglia, i bambini e ogni essere umano dagli orchi e dobbiamo salvare l’ordine stesso del creato e quindi l’intera civiltà umana; ma dobbiamo anche salvarci dall’invasione del nemico esterno anticristiano; ma dobbiamo anche salvarci dalla miseria e dalla schiavitù economica; ma dobbiamo anche capire cosa significa l’inganno del debito pubblico che tutti ci schiavizza costringendoci indirettamente ad accettare ogni aberrazione perché ridotti all’impossibilità di reazione; ma dobbiamo anche riscoprire il valore della Tradizione cristiana ed europea con una vera e propria controrivoluzione culturale e civile, senza la quale non si va da nessuna parte; fino a riscoprire anche la Tradizione cattolica a livello spirituale con tutto quello che ne consegue.

C’è tutto questo nel programma di Adinolfi e Amato? C’è una chiara volontà di schierarsi per il bene e contro il male a 360 gradi? Questo partito, è pronto a difendere la nostra civiltà e ognuno di noi – pur partendo come giusto dai più deboli e dalla difesa dell’ordine naturale – dal male che avanza da tutte le parti? Comprende che difendere una sola porta della città assediata non serve a nulla se il nemico poi entra dalle altre porte?

Chi scrive non è contrario all’iniziativa politica, anzi, l’ha sempre predicata, come chi mi conosce sa. Ma ha imparato, anche sulla sua pelle, che il problema non si risolve concentrando gli sforzi su una sola questione, per quanto vitale, ma con una visione globale della guerra in corso. E, soprattutto, con la coerente adesione spirituale, intellettuale e politica all’unico collante che ci può permettere di unirci in una forza politica veramente al servizio del Bene: l’applicazione programmatica del Magistero della Chiesa in ogni campo dell’umana convivenza. Se facessimo questo, sarebbe facile poi sia mettere a nudo i subdoli e traditori, sia unire i centomila orticelli che purtroppo dividono da decenni il nostro mondo.

Solo la fedeltà alla dottrina e alla tradizione cattoliche di sempre ci permetteranno di unirci e fare politica secondo la volontà di Dio e per il bene di ogni essere umano, a partire dai bambini.

Proposte per non continuare a prenderci in giro

I risultati del primo turno delle amministrative del 2016 stanno dando adito a dibattiti all’interno del mondo cattolico “pro-family”, a causa dell’evidente insuccesso del partito di Adinolfi. C’è chi difende comunque la scelta e vuole che si continui nel progetto, chi invece lo definisce un fallimento e propone altre vie o comunque un ripensamento generale.

Premetto che, personalmente, non solo non credo ai partiti, ma credo che la democrazia moderna, figlia della Rivoluzione Francese e del liberalismo, sia la causa prima della nostra rovina e lo strumento principale utilizzato dalle forze del male per attuare la devastazione odierna: e pertanto tutto quello che dirò deve essere inteso alla luce di questo mio pensiero. Ma siccome in questo mondo viviamo, questa è la situazione in cui ci troviamo, lasciamo perdere per il momento le grandi questioni metapolitiche e gli ideali supremi e guardiamo lucidamente in faccia alla realtà delle cose come essa oggi si presenta. Parlerò schiettamente.

  • I due strumenti immediati utilizzati dalle forze del male per imporre l’immensa sovversione dissolutoria nella società italiana sono i partiti e i media. Noi cattolici non controlliamo né gli uni né gli altri. Pertanto, rebus sic stantibus, fondare partiti può servire a poco, serve solo a illudere chi soffre, a creare sfogatoi di future speranze annichilite, e, al massimo, a far far carriera a un limitatissimo numero di persone, senza alcun vantaggio reale alla grande causa per cui tutti ci battiamo, in quanto, queste pochissime persone, pur volendo ammettere (con non poca fatica) che poi non tradiranno coloro che li hanno votati, saranno poche gocce nell’oceano della partitocrazia (e della superfinanza che tutto controlla, per non parlare del potere delle lobby internazionali), e non potranno fare quasi nulla di concreto per cambiare le cose, in quanto il loro peso politico reale sarà sempre limitatissimo e sarà facile che vengano controllati o almeno isolati. Anzi, è fortemente probabile che siano loro stessi, al fine della sopravvivenza politica, ingoiati dal meccanismo mediatico e partitocratico. Abbiamo tanti esempi del passato e del presente a conforto di questa preoccupazione.

  • Ma se anche si volesse fondare un partito, non si fa con un blitz improvviso che lascia tanti altri – con cui si era condiviso un progetto importante – al palo, cominciando a correre senza un fischio d’inizio, senza un coinvolgimento generale, senza un piano condiviso, perché così l’impressione che si lascia è quella di voler fare i furbacchioni e battere sul tempo gli altri in una gara per affermarsi al comando. Che sia stata questa o meno l’intenzione, è innegabile che la sensazione data non può essere diversa da quanto detto. E ciò non facilita certo la fiducia delle persone.

  • Ma ovviamente non è questo il problema principale. Il problema principale è il fatto che se si vuole creare un partito politico, specie se lo si fa dal nulla e senza l’appoggio dei media e senza i soldi necessari, non ci si può assolutamente ridurre a un solo tema, per quanto giusto e impellente sia. Questo è il nodo da cui molti vogliono fuggire ma dal quale in realtà non si sfugge. Un partito non può essere un contenitore di persone che si battono per un ideale solo. Un partito deve rispondere a ogni – almeno grande – problema della società odierna, se vuole avere speranza di diffusione popolare. Se si vogliono conquistare i consensi di ampie fasce della società, e quindi togliere i voti ai grandi partiti, è necessario non ridursi a parlare solo di famiglia, morale, gender (per quanto fondamentali e vitali siano tali problematiche), ma anche dei problemi creati dall’ideologia immigrazionista, dell’islamizzazione della società, della miseria avanzante per milioni di famiglie che non sanno più come arrivare alla fine del mese (e se mancano i soldi per vivere, la gente non si mette a preoccuparsi del gender o di altro), del ruolo devastante dell’Unione Europea, il Moloch che tutto sovrasta e dirige, di una giustizia che manda in libertà i delinquenti e in galera gli italiani che si difendono, e si potrebbe continuare a lungo con gli esempi.

  • Non solo: per ciascuno di questi problemi, non basta la denuncia: occorre fornire soluzioni. E le soluzioni devono essere condivise e per essere condivise devono essere adeguate e ben spiegate.

  • Inoltre, la questione dei leader. Se noi combattiamo il gender e l’omosessualismo, ovvero le istanze prime per cui primariamente trova significato e scopo l’esistenza del PD (e tutta la sinistra odierna, compreso i Cinque Stelle) e abbiamo come leader una persona che non solo viene da quel mondo (pazienza, tutti possiamo sbagliare) ma ribadisce pubblicamente che egli rimane un uomo di sinistra che guarda al PD… beh, è come denunciare di avere l’influenza ma al contempo uscire tutti sudati e scoperti quando tira vento freddo… ci stiamo prendendo in giro da soli. E questo vale anche per coloro che ancora ci vengono a proporre il “sostegno” dei politici democristiani o si preoccupano di obbedire a quelle gerarchie ecclesiastiche odierne che chiaramente simpatizzano con chi noi dobbiamo combattere. Ci stiamo prendendo in giro da soli. Volete ancora tutti essere presi in giro? Non basta ancora?

I veri leader del nostro futuro saranno coloro che hanno spezzato per sempre il cordone ombelicale con il mondo politico del passato, responsabile, direttamente o indirettamente, al 100% dello sfascio odierno a tutti i livelli, per proiettarsi in un vero e concreto cambiamento per la salvezza totale della società italiana.

  • Ma infine: ci riusciremo mai a fare il partito? Non a costituirlo, questo lo può fare chiunque in qualsiasi momento, come abbiamo visto, basta andare dal notaio e pagare; si può anche arrivare a prendere qualche migliaio di voti; ma, intendo dire, a creare un partito che possa avere realmente la possibilità di imporsi nella vita politica italiana con un consenso di popolo tale che gli permetta di attuare gli ideali che vuole difendere e condurre in parlamento e nei media le battaglie necessarie. Detto in altri termini: ci vogliamo prendere ancora in giro? Per influire nella politica occorre avere milioni di voti, occorre essere protagonisti nei media (non ricevere qualche sporadico invito tra altri alligatori di professione pronti ad azzannarci al collo ogni secondo), occorre essere presenti ovunque nel territorio e per questo occorrono centinaia o migliaia di persone pienamente impegnate. Come e quando otterremo tutto questo, se non siamo nemmeno capaci di fare autocritica e ammettere a noi stessi queste primissime e banalissime considerazioni appena fatte?

Una grande “rete” di associazioni unite

E allora? Non dobbiamo fare nulla? Io non ho la soluzione in tasca, e, del resto, nessuno ce l’ha, altrimenti tutti la seguiremmo. Forse, dico forse, sarebbe più utile creare una grandissima “rete” (mi si passi la bruttissima espressione tipicamente sinistrorsa) di tante associazioni locali che agiscono sul territorio tramite convegni, conferenze, attività locali di difesa effettiva del bene e di lotta al male, attività di formazione politica e culturale invitando coloro che sono in grado di arricchire in maniera corretta gli altri in tal senso, trovando modi e sistemi di ricerca di fondi finanziari ma, soprattutto, che organizzino costantemente momenti di preghiera comune, affinché non si dimentichi mai che “senza di Me non potete fare nulla” e non si cada ingenuamente nell’attivismo del tutto umano e politicizzante che è poi una delle cause essenziali del fallimento di ogni attività sociale da parte dei buoni.

Questa “rete” di associazioni locali collegate e in contatto non solo sarebbe possibile da realizzare (in quanto lo sforzo umano ed economico sarebbe delocalizzato e inoltre già esistono decine e decine di associazioni sul territorio che meritevolmente si adoperano in tal senso), ma potrebbe svolgere quel lavoro – tanto basilare quanto imprescindibile – di preparazione culturale delle persone per renderle maggiormente disponibili alla comprensione del problema del gender – e di tutti gli altri problemi sopra elencati e di altri ancora – senza la quale ben difficilmente noi potremo aumentare i consensi. Insomma, quello che voglio dire è che per agire veramente e concretamente nella società italiana dobbiamo prima compiere l’immenso sforzo di parlare agli italiani e di convincerli delle nostre denunce e quindi proporre loro alternative (politiche, economiche, morali), serie per un radicale cambiamento di rotta.

Cari amici, la verità è che l’italiano della porta accanto, il nostro vecchio compagno di classe che ogni tanto risentiamo, nostro zio, del gender non sa ancora nulla e se sa qualcosa non vuole sapere perché non vuole fastidi, né mentali né morali né operativi. Se noi prima non spezziamo questa catena di ignoranza e omertà, potremo fondare tutti i partiti che vogliamo che non servirà a nulla. Milioni e milioni di italiani non sono con noi non perché nemici del bene, ma perché non ancora pronti, non ancora consapevoli: noi dobbiamo prepararli prima, poi possiamo proporre loro alternative politiche.

Il punto chiave: la necessaria formazione per poter guidare gli altri

Ma per preparare gli italiani, occorre anzitutto che i primi ad essere preparati, ad avere una formazione piena a corretta, siano i leader di questo movimento.

Non ci si improvvisa persone preparate. Uomini al servizio della Politica, e non politici.

Non si tratta ovviamente di cultura spicciola, ma di chiarezza di idee, di preparazione politica, storica, scientifica, economica, bioetica, giuridica e anche e forse soprattutto teologica, corretta. Alcuni di questi leader si occuperanno proprio specificamente della formazione pubblica degli italiani con scritti, libri, articoli, conferenze, convegni, ecc., ognuno nel suo campo di professionalità. Altri avranno i compiti più politici e organizzativi. Altri cureranno il rapporto fondamentale con i media. Altri dovranno occuparsi dell’attività fondamentale del reclutamento di fondi finanziari. Ma tutti devono essere preparati: nessun soldato, tanto meno cavaliere, può essere un buon combattente se non ha la giusta e puntuale preparazione al combattimento. Non deve accadere che qualcuno non si senta rappresentato da un leader per le scempiaggini che dice o che fanno i suoi uomini in ottemperanza al buonismo dilagante. “Con il buonismo non si va da nessuna parte”, dice un noto giornalista appena epurato… E noi che facciamo? I buonisti, come il noto pazzesco caso di Napoli… O sentiamo dire incongruenze inaccettabili.

Queste decine e decine di associazioni locali si dovrebbero poi tenere in contatto continuo – anche tramite i mezzi informatici odierni – per conoscersi, organizzare eventi sempre più grandi (non tanto altri circhi massimi, che sono prove di forza ma ai quali partecipa chi è già convinto delle buone idee e che possono essere utili solo in prossimità di elezioni o referendum) destinati a propagare tra la gente gli scopi delle nostre battaglie e la formazione corretta dei nostri ideali, fornirsi l’un l’altra formazione e chiarezza di idee nei vari settori dell’azione politica e sociale (bioetica, economia, politica, cultura, apologetica e anche teologia), invitare esperti in ogni settore a tenere conferenze specifiche, anche per individuare future menti adatte a condurre a loro volta la formazione e la battaglia in uno specifico settore.

Più che annuali grandi sforzi di popolo, occorrono settimanali piccoli, locali ma costanti sforzi di associazioni.

Fino a raggiungere consensi sempre più vasti. Si tratta insomma di una vera e propria evangelizzazione politica (e anche spirituale, visto che coloro che dovrebbero farla in grandissima parte pensano a tutt’altro) e culturale della società italiana. In tal modo, si diventerà sempre più forti, al punto tale che a un certo punto o realmente si potrà creare un partito “vero” nel senso di cui dicevamo prima, oppure, più realisticamente, si potrà avere la forza necessaria per influenzare le scelte politiche e le battaglie pubbliche di quei partiti a noi più vicini, che, sentendo il fiato sul collo, ci diventeranno sempre più vicini. È un po’ quello che fanno i Think tank americani. Certo, loro hanno i miliardi. Ma noi abbiamo la fede.

Concludo: prima di fondare partiti, occorre preparare gli italiani (e non il contrario) e prima di poter preparare gli italiani occorre essere preparati noi stessi. Poi, queste stesse associazioni, guidate dai leader che saranno scaturiti naturaliter, dovranno al contempo affrontare ogni situazione di pericolo che si viene a presentare nei vari momenti della politica nazionale e internazionale. Ovvero, dovranno fare Politica. Ma la faranno con ben altra preparazione, consapevolezza e consenso.

Una vera ricchezza che già esiste: l’associazionismo cattolico

Esistono oggi molte persone che sono in grado di fare formazione in uno o più settori tramite conferenze, convegni, ecc. Così come esistono tante associazioni locali che fanno grandi e meritevoli sforzi per invitarle a parlare in modo da fornire al proprio pubblico e alla propria gente la conoscenza basilare per comprendere e combattere la buona battaglia. Altre si impegnano nell’editoria, altre nell’organizzazione di grandi eventi. Sono questi i veri eroi di oggi, sono queste associazioni la nostra vera ricchezza (potrei farne un lungo elenco su quasi tutto il territorio nazionale). Tutti dobbiamo aiutare costoro come possiamo nella battaglia quotidiana che conducono, la quale, richiede, anzitutto, purtroppo come sempre, l’aiuto economico, oltre che quello organizzativo e la buona volontà della partecipazione attiva nostra e del coinvolgimento altrui.

Io invito tutti gli amici, specie quelli più legati ai temi della famiglia, ad abbandonare certi sentimentalismi e ad attivarsi con razionalità. Non è più tempo di culti delle personalità e ingenue adesioni a chiunque dica o faccia qualsiasi cosa, correndo da tutte le parti a festeggiare chiunque apra bocca qua e là. Siamo in guerra con un nemico tanto potente quanto spietato e i primi a essere in pericolo sono i nostri figli. Occorre ora essere lucidi, forti, realisti, e, ovviamente, puri come colombe ma anche astuti come serpenti. Occorre saper fare le giuste scelte, sia a livello politico che a livello umano e operativo. Costi quello che costi.

In tempi passati, anche difficili, è stato proprio l’associazionismo cattolico a salvare la Chiesa e la fede in Italia. Certo, allora essi avevano il clero dalla loro parte e il bene era chiamato bene e il male male. Ma questo è un altro fardello che dobbiamo portare noi. Noi, l’amore per il bene e la consapevolezza del male li abbiamo nel cuore. E tanto deve bastarci. Poi, ogni ecclesiastico farà le sue scelte, di cui risponderà un giorno al Giudice Eterno.

Cari amici, la città è assediata, Hannibal ad portas. È inutile correre tutti a difendere un’unica porta, lasciando sguarnite le altre. Occorre difendere tutte le porte contemporaneamente. Non che tutti possano fare tutto, ovviamente, ma tutti, oltre a seguire le proprie inclinazioni, possono aiutare anche gli altri nella loro specifica missione e nello svolgere il loro compito naturale. Solo con questa unione di intenti e collaborazione di ruoli si potrà fare vera Politica (con o senza partiti) e fare del bene per i nostri figli, la nostra società e civiltà e per noi stessi. Almeno speriamo. E, comunque, sempre e solo con la coscienza certa che noi dobbiamo operare come se tutto dipendesse da noi ma sapendo perfettamente che tutto dipende da Dio. E per questo la preghiera rimane la prima arma a nostra disposizione. Chi non ha capito questo, si crede furbo, ma, in realtà, non ha capito nulla.

Il fatto stesso che la nostra società debba istituire in continuazione giornate della memoria è riprova inconfutabile sia di quanto essa sia menzognera in sé, pertanto illecita e contro la Verità e la Giustizia, e quindi contro l’uomo.

Le società che nel corso dei secoli si sono succedute, hanno, in rapporto al loro grado di civiltà, sempre conservato la memoria del loro passato, delle loro glorie come dei loro errori (Historia Magistra Vitae…), le prime al fine di puntellare l’unità del popolo e la forza delle istituzioni, i secondi al fine di imparare a commettere più gli stessi errori. Qualcosa magari veniva volutamente obliato perché troppo scomodo da ricordare… Ma l’eccezione confermava la regola generale. Nessuna civiltà del passato ha mai dovuto istituire giornate della memoria.

Lo deve fare il nostro mondo democratico, quello dei diritti civili e del progresso, del dialogo e della tolleranza. Come mai? Beh, solo i finti stupidi possono far finta di non vedere il perché: perché il nostro mondo democratico, dei diritti civili e del progresso, della tolleranza e del dialogo, si fonda – per costituzione stessa – sulla menzogna istituzionalizzata (altrimenti non vi sarebbero dialogo e tolleranza, nel senso che viene dato loro oggi e nell’uso che ne viene fatto). E allora, ogni tanto, qualcuno si accorge che il coperchio con cui si è occultata la realtà storica sta per scoppiare, e così si inventano le giornate della memoria.

Il fatto che la nostra società sia costruita sulle fondamenta della menzogna e dell’occultamento storico non è un errore di percorso: è l’inevitabile esito della scelta compiuta ufficialmente nel XVIII secolo (in realtà molto prima) di creare un nuovo mondo a tavolino. Il mondo non come è, ma come ci piacerebbe che fosse (o meglio, come piacerebbe a un gruppo di potenti “fratelli”). È insomma l’esito del trionfo dell’utopia della “Nuova Era”. Utopia che – proprio in quanto utopia – richiede necessariamente di far passare per vero ciò che è falso e viceversa. E in questo processo, che è preternaturale e metastorico prima ancora che naturale e storico, è ovvio che la manipolazione della storia, in quanto memoria condivisa dei popoli e delle civiltà, è l’elemento chiave per la riuscita del progetto.

Con questo non stiamo dicendo che l’istituzione della giornata della memoria per le vittime delle foibe sia un errore, anzi, era ed è una assoluta necessità in quanto riparazione delle menzogne di cui sopra. Stiamo però dicendo che in fondo, al di là del doveroso e sacro ricordo delle vittime e dei martiri della mostruosità ideologica moderna, tutto ciò è dimostrazione ulteriore del fallimento della società democratica in cui viviamo.

Un giorno, insegnavo ancora a scuola. Venne da me una collega (che peraltro, essendo di sinistra, non poteva vedermi) tutta preoccupata e ansiosa (come era sempre) e mi chiese gentilmente un favore. Io le dissi: “certo, dimmi, di che si tratta?”. E lei: “Massimo, le ragazze mi hanno chiesto una cosa che non conosco, una cosa strana, mah… ma tu ne sai niente?”. “Cosa ti hanno chiesto?” – “Mah… m’hanno chiesto cosa sono… aspetta, una parola strana.. tipooo… febe, fabe, fobe… Ma che sono?”.

Correva l’anno 2000: più di mezzo secolo dopo gli eventi in questione e per di più nella nostra iperinformata e mediatica società, una docente di storia non aveva mai sentito la parola “foibe”. Non è neanche colpa di quella povera docente di liceo. Avevamo la stessa età, ed effettivamente nessuno a scuola aveva mai insegnato neanche a me cosa erano le foibe… E tanto meno all’università (figuriamoci!). Se io lo sapevo era perché essendo un uomo di destra e avendo frequentato quel mondo politico e culturale ne ero venuto a conoscenza. Ma nessun libro ne parlava allora, tanto meno i giornali, i tg, ecc.

In tal senso, il peso che più pesa dentro (mi si passi il gioco di parole), oggi, ciò che più rende furiosi, è la complicità. La complicità di coloro che per decenni hanno negato spudoratamente il massacro delle foibe, la complicità infame dei politici di sinistra e di centro che per decenni si sono rifiutati di rendere almeno un postumo omaggio a quelle persone, persone come noi, gettate vive nelle fosse con i loro bambini, o massacrati prima nelle carceri titine. Infami complici ancora oggi esistenti: inutile fare i nomi, li conosciamo i politici e intellettuali che ancora si oppongono alla memoria o, non potendo più cancellarla, la banalizzano facendo ricadere la colpa sugli italiani stessi o spiegandola tramite mere cause di scontro etnico.

Tutti costoro, nessuno escluso, non sono differenti dai soldati comunisti di Tito (e del suo italico compare) che hanno compiuto questo mostruoso massacro: sono esattamente come loro, peggio di loro, perché quelli hanno compiuto quelle scelleratezze in un clima di guerra e di odio, mentre i nostri le perpetuano a decenni di distanza dalle loro scrivanie e con i loro portafogli ricolmi di soldi e forti del loro successo personale. Infami traditori della Verità storica, del Bene comune, della memoria dei massacrati dall’odio ideologico della modernità.

Ma, tornando al discorso generale delle giornate della memoria, quanto in precedenza detto, come tutti sappiamo infallibilmente, vale per tutti i massacri e genocidi, tranne uno. Per questo genocidio, vige invece il ragionamento contrario: occorre tenerlo vivo sempre e comunque ogni giorno in ogni modo, tutti lo devono vivere sulla propria pelle. E, soprattutto, solo di questo si deve parlare veramente ovunque: a scuola fin dalla più tenera età, alle superiori, all’università, nei giornali, in tv, al cinema, nei libri, ovunque sia possibile. Si organizzano viaggi di scolaresche e politici nei luoghi del massacro, lo si esamina ancora oggi come se fosse avvenuto ieri.

Tutti hanno capito di quale genocidio ora stiamo parlando e sia subito chiaro che chi scrive non è affatto negazionista e pertanto ritiene assolutamente giusto che anche la memoria di quell’orribile persecuzione e strage, perpetrata da una congrega di criminali infernali, non venga mai cancellata, sebbene sarebbe molto utile e saggio riportarla nei corretti limiti della realtà storica. Il problema, semmai, è che appare oggi intollerabile che questa sia l’unica infamità che tutti debbano conoscere per forza, l’unica “legittima”, se così si può dire. Ancora oggi tutti i media, scuole, parrocchie, ecc. parlano del 27 gennaio. Benissimo. E del 10 febbraio chi parla, eccetto qualche rivista o intellettuale di destra?

È questo che non va bene: occorre parlare di tutti, nessuno escluso, perché tutti i massacrati erano uomini, e gli uomini sono tutti uguali davanti a Dio e davanti alla storia (a meno che non vogliamo essere… “razzisti”…).

Quando verrà il giorno della memoria per gli armeni massacrati dai turchi? E il giorno della memoria degli spagnoli cattolici massacrati da Largo Caballero e da tutta la sinistra rivoluzionaria? E il giorno della memoria dei 500.000 massacrati dalla Rivoluzione Francese (di cui 300.000 solo in Vandea) in nome della libertà e della fraternità, quando verrà? E il giorno della memoria degli oltre 100.000 italiani massacrati dai napoleonici perché rimasti fedeli alla Chiesa e ai loro sovrani legittimi? E il giorno della memoria delle decine di migliaia di meridionali massacrati dai piemontesi fra il 1860 e il 1865 perché non disposti a tradire Francesco II di Borbone e a farsi italianizzare con la forza, quando verrà? E il giorno della memoria di decine di migliaia di cattolici messicani massacrati dal governo massonico negli anni Venti del secolo scorso, quando verrà? E il giorno della memoria non solo delle foibe, ma delle centinaia di milioni di morti vittime di Stalin, di Mao, Pol Pot e di tutti gli altri mostri prodotti dal comunismo nel mondo, quando verrà?

E il giorno della memoria di 10 milioni di vittime della Prima Guerra Mondiale, la più insulsa e ingiustificata di tutte le guerre, l’“inutile strage”, atta solo alla distruzione dell’Impero cattolico e all’introduzione del comunismo nel mondo, quando verrà istituita?

Ma mi voglio ancora più allargare. Voglio esagerare con la memoria. E il giorno della memoria di tutti i cattolici massacrati dal protestantesimo, in particolar modo da quel mostro d’iniquità che fu Elisabetta I d’Inghilterra, quando verrà? Ma vado ancora più sul pesante. E il giorno della memoria del più incalcolabile numero di cristiani massacrati in tutti i tempi, vale a dire quello ucciso nelle più efferate maniere fra il VII e il XVII secolo, e ancora oggi, ogni giorno, dall’islam, quando verrà istituito? Quando?

E, per finire, quando ricorderemo le decine di milioni di bambini sventrati nel grembo delle madri con la complicità di leggi inique e infami, di medici e infermieri dimentichi del loro mandato deontologico? Quando? Ma, in questo caso, la prima urgenza sarebbe quella di porre fine al massacro, visto che è quotidianamente in atto ancora oggi.

E auguriamoci, e lottiamo fino in fondo affinché ciò non avvenga, che non si debba un giorno istituire una giornata della memoria per la famiglia composta da padre, madre e figli, o una giornata della memoria della retta sessualità e moralità privata e pubblica…

Quante giornate della memoria dovremo istituzionalizzare? Troppe. Forse, più che le giornate della memoria, sarebbe necessario istituzionalizzare la memoria corretta degli eventi. Ovvero, liberare l’insegnamento e la conoscenza generale della storia dalle mani opprimenti e totalitarie della sinistra e del liberalismo rivoluzionario, dall’indottrinamento massonico ideologico, che, gestendo scuole, università, case editrici, televisioni, giornali e in buona parte – direttamente o indirettamente – anche parrocchie e diocesi (e più ancora), controlla di fatto il cervello di milioni e milioni di persone.

Forse, v’è un’unica giornata della memoria che dovremmo istituire, ogni giorno, giorno dopo giorno: quella della lotta attiva e continua e generale per la diffusione della Verità.

Questa sì che è una battaglia immensa, un fine eccelso, per i quali la vita merita di essere vissuta.

Riflessioni banali sulla legge elettorale e sulla democrazia (30/1/2014)

Ero bambino e sentivo parlare al Telegiornale della necessità di cambiare la legge elettorale. Sono diventato ragazzo e poi universitario e la legge elettorale era un problema. Poi ho vissuto Tangentopoli e la caduta della cosiddetta Prima Repubblica, e da quel momento la legge elettorale non mi ha più abbandonato, anno dopo anno, giorno dopo giorno. Mattarellum, Porcellum, altri tentativi in “um”, uninominale, maggioritario, proporzionale, premio di maggioranza, ecc.. Sono tutti vocaboli che mio malgrado fanno parte della mia vita, come di quella di ogni italiano adulto. Negli ultimi anni, poi, negli ultimi mesi, negli ultimi giorni, l’incubo si va sempre più accrescendo.

Da un lato l’importanza della questione è evidente, in quanto si tratta di stabilire le regole del gioco di questo tristissimo e rovinoso gioco che si chiama Repubblica Italiana. Regole che evidentemente hanno il potere di fare i parlamentari e i governanti, ma che parlamentari e governanti non riescono a fare da anni per il semplice motivo che ogni partito e maggioranza tende a volerle stabilire in funzione dei propri interessi elettorali, suscitando ovviamente l’opposizione degli altri partiti e creando così l’impasse nel quale ci troviamo. Senza contare che ogni singolo parlamentare vuole soprattutto non il bene del Paese e del popolo, ma il proprio, che consiste anzitutto nell’essere rieletto alle prossime elezioni.

Quanto detto è come dire che 2+2 fa 4. Ma uno dei grandi pericoli al quale il mondo in cui viviamo ci sottopone – tramite il quotidiano martellamento mediatico e la necessità materiale della nostra sopravvivenza politica e anche economica e materiale – è proprio quello di farci dimenticare, giorno dopo giorno, dandole per scontate, le più elementari verità. E mi spiego.

Ripartiamo per un istante dai “fondamentali”, ovvero da quei princìpi essenziali “scontati” che a furia di essere scontati e quindi mai o quasi mai ripensati, si rischia di perdere perfino dentro la nostra consapevolezza di cittadini adulti e intelligenti.

Da quasi due secoli è dato come assoluta e implicita certezza (non richiede cioè ulteriore dimostrazione, anzi, il volerla dimostrare è già di per sé un “brutto segno”, un volersi pericolosamente estraniare dalla civiltà in ci viviamo) il fatto che la democrazia non è solo la “migliore forma di governo”, ma addirittura l’unica veramente accettabile e legittima in sé, in quanto l’unica legittimata dalla volontà popolare.

Bene. Ora, la democrazia moderna si fonda sul principio della maggioranza: per governare occorre avere il 50%+1 dei voti. Chi di noi non ha mai sentito questa fatidica sentenza? Talmente fatidica da essere il vero e proprio dogma fondante delle democrazie odierne occidentali (e oggi non solo occidentali).

Da 68 anni la Repubblica Italiana si vanta di essere una democrazia. Pertanto, si svolgono elezioni politiche per decidere i governanti. Da qui nasce l’esigenza dei sistemi elettorali, per stabilire, appunto, le regole del gioco.

In realtà, se il principio fondante della democrazia moderna è la maggioranza numerica, diviene evidente e palese che l’unica legge elettorale possibile e legittima dovrebbe essere quella della pura e semplice conta dei voti. Si va a votare, chi prende più del 50% governa. Se nessuna forza politica vi arriva, allora occorre fare delle coalizioni per superare la fatidica soglia dogmatica. Ma affinché tutto questo non sia un inganno, occorre che realmente si abbia il 50%+1 dei voti. E per avere realmente il 50%+1 dei voti non v’è altro sistema legittimo e fondante di quello meramente numerico.

Se poi per superare la fatidica soglia occorre allearsi con sgraditi avversari o falsi amici politici, questo è un problema effettivo del sistema democratico elettivo, ma è imprescindibile. Fa parte del gioco appunto.

Invece qualsiasi premio di maggioranza voluto da chicchessia è frode alla democrazia, perché in pratica si inventa ciò che non esiste per superare la soglia dogmatica, magari anche di parecchio tanto per stare più tranquilli e non dover rendere conto ad alleati sgraditi e rompiscatole, che rendono difficile il governo politico. Ma non ci si rende conto che di fatto in tal maniera si nega la democrazia stessa, perché appunto si regala ciò che non esiste e si rende quindi di fatto automaticamente illegittimo il voto, e pertanto qualsiasi governo da esso nasca. Naturalmente, questa truffaldina operazione viene camuffata dalla magica parola: “governabilità”.

La governabilità richiede la necessaria adeguazione delle regole del gioco a un sistema elettorale che produca la possibilità effettiva di un governo che abbia i numeri per governare liberamente. Ma la governabilità è un fine funzionalista che poco ha a che vedere con i princìpi ideali su cui si fonda un qualsivoglia sistema di governo politico democratico.

Quando si afferma dogmaticamente che la democrazia elettorale è la miglior forma di governo (anzi, l’unica accettabile e legittima), e poi invece si adeguano le sue regole – rinunciando di fatto alla sua naturale impostazione fondativa – in nome della governabilità, di fatto si ammette implicitamente che la democrazia elettorale non può essere una forma di governo adatta né – molto più importante – legittima, in quanto per poter esistere nella realtà occorre tradirla fin dal principio. Occorre barare, insomma (la celebre “legge truffa” di democristiana memoria).

Fare una legge elettorale è già di per sé il fallimento della democrazia moderna. Infatti, nel momento in cui si stabilisce una qualsivoglia esigenza (collegi proporzionali, uninominali, sbarramento, premio di maggioranza, ecc.), è evidente che si sta facendo esattamente verso la democrazia degli adattamenti funzionalisti che falsificano il principio stesso su cui si fonda la democrazia, ovvero l’espressione della reale volontà popolare.

Per quale ragione uno sbarramento è al 37% e non al 34 o al 43? Chi lo stabilisce? Secondo quale principio? Per quale ragione dovrebbe mai esistere un premio di maggioranza che di per se stesso evidentemente falsifica le votazioni e quindi la democrazia? E chi stabilisce e secondo quali principi la quantità di questo premio di maggioranza?

Si potrebbe affermare che il premio di maggioranza è la “finanza” della democrazia.

È evidente che l’unica giustificazione a un tale modo di procedere invece è la funzionalità finalizzata alla governabilità. Ma allora è altrettanto evidente che la democrazia elettiva moderna non è di per sé né funzionale né legittima, perché la sua legittimità risiede esclusivamente nella reale – qualunque essa sia – espressione della volontà popolare numerica.

Insomma, è evidente che la democrazia elettiva, per essere “pura” e legittima, non dovrebbe avere non solo nessuna modifica funzionalista, ma nemmeno una “legge elettorale”: si dovrebbe semplicemente votare, fare la conta dei voti e poi chi ha ottenuto più voti viene eletto e deve formare una maggioranza politica.

Viene da porsi una domanda abbastanza scontata. Ma non sarà che il vero problema è la struttura stessa del principio democratico odierno? Non sarà per caso che la magica “governabilità” è per sua natura refrattaria alla democrazia parlamentare numerica?

Oppure, rovesciando l’ordine dei fattori: non sarà che la democrazia moderna mal si adegua a una qualsivoglia “governabilità”? Detto in concreto: non è utile e positiva ai fini della gestione politica dello Stato.

Ma, al di là della funzionalità, il vero punto essenziale della questione che occorre porsi seriamente è un altro. Non sarà che la democrazia elettiva, non solo non funzionale, ma di per se stessa inapplicabile senza correzioni che ne falsifichino la natura, non è la migliore delle forme di governo?

Dopo quasi settant’anni di democrazia applicata in Italia, non sarà lecito, visti i risultati, iniziare a porsi questo inquietante interrogativo?

Siamo proprio sicuri che porsi i seguenti interrogativi, almeno a livello ideale, come sforzo intellettuale e “mnemonico”, tanto per non smettere di ragionare su ciò che è dato sempre per scontato ma che forse scontato non è, sia così erroneo o inutile?

Viene naturale chiedersi se per caso non avesse ragione Platone nel considerare la democrazia la rovina di Atene come di qualsiasi Stato e nel ritenere di contro un governo aristocratico come quello spartano più idoneo alla natura umana.

Se per caso non avesse ragione tale Aristotele nel ritenere che la miglior forma di governo era la politeia, ovvero un governo degli aristocratici però con parziale elezione da parte del popolo, una sorta di unione del meglio di Atene con il meglio di Sparta.

Se per caso non avesse ragione tale Tommaso d’Aquino, nell’affermare che la miglior forma di governo era la monarchia (si badi: non come forma istituzionale, ma come forma di governo effettivo, diretto), in quanto più idonea alla gestione della natura umana ferita dal peccato originale. E quindi nel ritenere come seconda l’aristocrazia, e che pertanto una monarchia temperata dall’aristocrazia e dalla Chiesa era senz’altro la più perfetta forma di governo. E nel ritenere la democrazia solo all’ultimo posto delle forme di governo legittime, in quanto la natura umana ferita dal peccato originale non è all’altezza dell’autogoverno responsabile e altruista.

Sono domande inutili in quanto oggi tali realtà (monarchia governativa, aristocrazia) sono di fatto di impossibile realizzazione? Io non credo che sia inutile porsi queste domande. E per un semplice motivo, peraltro molto funzionalista, secondo i gusti odierni. Perché è fin troppo facile profezia affermare che la democrazia elettiva moderna ha i giorni contati. Ed è fin troppo facile osservare il suo pieno fallimento, specie in Italia.

Il vero problema semmai è cosa potrà mai sostituirla: l’oligarchia sinarchica, mondialista e finanziaria come di fatto sta avvenendo oggi, che di per sé rende non solo inutile, ma ridicola, qualsiasi elezione politica e qualsiasi sistema elettorale (è evidente che i nostri politici pensano alla legge elettorale solo in funzione della proprio rielezione e della possibilità di governare, cioè di essere loro e non altri i burattini manovrati da chi realmente oggi detiene ogni potere), o una nuova aurora spirituale e politica, fondata sul governo di monarchi cattolici coadiuvati di aristocrazie dello spirito, della verità e della carità, con l’appoggio reale e sentito delle popolazioni?

La prima ipotesi è la realtà odierna. La seconda richiede un immenso sforzo dell’uso della virtù teologale della speranza nell’azione dell’Onnipotente.

Il quale però… può tutto, e solo attende che l’uomo di buona volontà vi creda e si ponga al suo servizio, e non al servizio del mondo, per dare libero corso alla sua onnipotenza anche nella vita politica e sociale degli uomini.

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